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Cosa può inquinare l’acqua

Quali sono le sostanze che inquinano l’acqua? Quali sono quegli elementi che rendono l’acqua che arriva fino al rubinetto di casa poco sicura o non idonea al consumo alimentare?

Tutti noi facciamo bene a porci queste domande perché la qualità dell’acqua che beviamo influisce direttamente sulla nostra salute.

Ricordiamo infatti che l’acqua che beviamo di solito deve essere ben bilanciata e dunque non essere nè particolarmente ricca di un determinato elemento nè troppo povera di specifici minerali.

Deve insomma essere un’acqua equilibrata che contenga la giusta quantità di minerali ed elementi necessari al nostro organismo.

Al tempo stesso, non devono essere presenti elementi nocivi che possono rappresentare un pericolo per la salute ed inoltre conferire all’acqua un sapore poco gradevole. Ma quali sono in particolare questi elementi in grado di inquinare l’acqua? vediamoli di seguito.

Alcune delle sostanze che inquinano l’acqua

Ad inquinare maggiormente l’acqua sono i batteri, i residui organici, insetticidi e diserbanti agricoli, metalli e sostanze tossiche.

La loro presenza può variare in base a diversi fattori come ad esempio la fonte dalla quale ci si approvvigiona e la rete idrica stessa. In genere l’acqua che arriva dall’acquedotto comunale è più controllata e non dovrebbe presentare quantomeno sostanze pericolose come i metalli pesanti.

Il discorso è ben diverso per l’acqua che viene invece dal pozzo, la quale tipicamente presenta prodotti che vengono utilizzati in agricoltura quali diserbanti ed altre sostanze tossiche.

In entrambi i casi, ad influire sulla qualità dell’acqua che arriva in casa è anche la situazione delle tubature. Soprattutto il tratto finale, e dunque quello che giunge direttamente in casa, potrebbe essere infatti particolarmente vetusto e dunque ossidato.

La conseguenza è che determinate sostanze pericolose possono essere rilasciare dalle tubature ed immesse nell’acqua che poi andiamo a bere. Questa è una eventualità da scongiurare e per questo facciamo bene a preoccuparci della qualità dell’acqua che arriva in casa.

Come rimediare a questo tipo di inquinamento?

L’acqua non ha alcun tipo di possibilità di difendersi dalle sostanze tossiche o da altre sostanze inquinanti, così come non vi è alcuna naturale possibilità dell’acqua di difendersi da una contaminazione batterica.

Per questo motivo è necessario ricorrere a dei metodi alternativi che sono in grado di eliminare ogni tipo di sostanza inquinante o che comunque rende pericoloso il consumo dell’acqua.

L’inquinamento dell’acqua può essere infatti efficacemente eliminato grazie a specifici impianti di depurazione, che vanno installati direttamente in casa e che sono immediatamente efficaci sin dal primo momento.

Una volta installato infatti, l’acqua inizierà da subito ad avere un sapore molto più gradevole e soprattutto verranno eliminate tutte quelle sostanze che impedivano all’acqua di essere idonea al consumo alimentare.

Per quel che riguarda i prezzi dei depuratore acqua casa, questi variano in base alla loro tipologia. Ci sono infatti quelli che funzionano ad osmosi inversa, quelli con filtri al carbone attivo, quelli a depurazione magnetica e quelli con addizionatore di anidride carbonica, ad esempio.

Trattandosi di tecnologie diverse va a variare anche il prezzo. Per questo motivo è sempre bene scegliere un modello di depuratore specifico per risolvere il problema legato all’acqua cui si ha accesso.

Individuato il giusto tipo di depuratore sarà possibile farlo installare, il che è una operazione rapida e richiede al massimo qualche ora di tempo, per iniziare da subito a bere un acqua dal sapore decisamente gradevole e soprattutto che sia finalmente sicura e dunque idonea per il consumo alimentare.

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È vero che il deodorante può causare il cancro al seno?

Diverse risorsa disponibili in rete invitano i consumatori ad avere la massima cautela nei confronti dei deodoranti che comunemente acquistiamo al supermercato, i quali sono accusati di concorrere nel causare il cancro al seno.

Tale convinzione deriva dal fatto che alcuni di questi contengono parabeni e alluminio, i quali comunque non sono a prescindere degli elementi che hanno degli effetti benefici per il nostro corpo, al contrario.

Le informazioni che hanno recentemente preso campo affermano che questi due elementi, che sono contenuti in tantissimi deodoranti, alcuni dei quali anche molto famosi, possono avere un effetto cancerogeno e che dunque fanno in modo da far sviluppare più frequentemente i tumori nella zona superiore della mammella come conseguenza dei linfonodi che vengono intasati.

Sempre secondo le stesse fonti, anche l’abitudine di radere continuamente le ascelle sarebbe in grado di potenziare gli effetti negativi legati al all’uso del deodorante dato che l’assenza di peli va a favorire l’ingresso di tali sostanze tramite la pelle che rimane dunque nuda.

Cosa sappiamo veramente

Vi sono stati nel corso degli anni diversi studi epidemiologici volti a verificare un effettivo nesso tra l’utilizzo di deodoranti ed il tumore al seno. Tali studi hanno preso in considerazione dei campioni di circa 1000 donne affette da cancro al seno ed un numero identico di donne invece sane.

Sono state esaminate le loro abitudini per quel che riguarda l’igiene personale, e lo studio ha rivelato come non vi sia alcun tipo di differenza di abitudine per quel che riguarda le donne facenti parte dei due diversi gruppi.

In entrambi i casi dunque, le donne hanno affermato in egual quantità di depilare le ascelle e di fare utilizzo dei deodoranti che comunemente troviamo al supermercato. Anche nel corso degli ultimi cinque anni sono stati nuovamente effettuati degli studi in tal senso e anche in questo caso si è arrivato alla conclusione che non vi sia alcun tipo di nesso tra l’utilizzo dei deodoranti e le possibilità di sviluppare il cancro al seno.

In sintesi

Possiamo dunque sintetizzare dicendo che i deodoranti più comuni sono stati in passato oggetto di critiche in quanto, secondo alcuni, questi erano in grado di aumentare la probabilità di sviluppare un cancro alla mammella dato che in alcuni casi contengono elementi nocivi quali l’alluminio e i parabeni.

Ad ogni modo gli studi epidemiologici che si sono susseguiti nel corso degli anni non hanno evidenziato alcun tipo di relazione tra l’insorgere della malattia e l’utilizzo di questi deodoranti. In particolare sono stati effettuati degli studi sull’alluminio che non hanno portato alla scoperta di alcuna reazione tra la sua presenza nel corpo e il tumore al seno. Lo stesso dicasi per i parabeni contenuti solitamente nei deodoranti, in quanto gli studi effettuati non hanno dimostrato nulla di negativo da evidenziare.

Per concludere

Gli studi effettuati fino ad oggi, da parte di scienziati, case farmaceutiche e istituti indipendenti, non hanno rilevato alcun tipo di incremento di rischio di sviluppare il tumore al seno in quelle donne che fanno utilizzo dei comuni deodoranti e che si depilano le ascelle, nei confronti di quelle donne che invece non fanno così.

Non esiste al momento dunque alcun tipo di prova attendibile che possa dimostrare che tali deodoranti, ed in particolare le sostanze che contengono come i parabeni o l’alluminio, possono provocare il cancro al seno.

Rimane comunque importante effettuare periodicamente un controllo o una visita senologica per verificare assieme ad uno specialista che tutto vada bene e che non vi siano campanelli di allarme di alcun tipo.

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Quanti anni può durare una cassetta postale da esterni?

Sicuramente ci aspettiamo che una cassetta della posta possa fare tante cose per noi. Tra queste il renderci più facile la vita a cominciare dal poter stabilire velocemente se abbiamo ricevuto della corrispondenza o meno ed il riuscire a prelevarla rapidamente e senza fatica.

A questo si aggiungono determinate aspettative inerenti Il design e lo stile della nostra nuova cassetta della posta, la quale è chiamata ad inserirsi perfettamente nel nuovo contesto. È inoltre necessario che la cassetta della posta sia robusta a sufficienza per riuscire a resistere a tutte le sollecitazioni o i tentativi di scasso da parte di eventuali malintenzionati con l’idea di andare a sottrarre la nostra corrispondenza o i nostri pacchi,  nel caso di cassetta portapacchi.

A parte questo ci sono anche altre cose che la nostra cassetta della posta è tenuta a fare, in particolar modo per quel che riguarda le cassette postali da esterni.

Cosa prevede la legge

È da premettere che la normativa vigente prevede che le cassette postali condominiali, così come quelle singole, debbano essere posizionate all’esterno dell’edificio e non all’interno. Questo perché il corriere o postino deve essere sempre nelle condizioni di poter lasciare la corrispondenza senza la necessità di chiamare qualcuno che possa aprirgli il cancello o il portone per accedere all’interno dell’edificio laddove le cassette postali sono posizionate.

È possibile per questo che l’ufficio postale di zona o direttamente il comune impongano al condominio di installare le cassette postali da esterno, per facilitare le operazioni di consegna. Meglio pensarci in anticipo dunque, soprattutto in fase di acquisto.

In particolare è il Decreto del 09/04/2001 a prevedere che le cassette postali debbano essere posizionate “al limite della proprietà, sulla pubblica via o comunque in luogo liberamente accessibile, salvi accordi particolari con l’ufficio postale di distribuzione”. Ciò al fine di favorire le operazioni di consegna della corrispondenza senza causare un disagio al corriere o portalettere, per i quali il tempo è prezioso al fine di riuscire a consegnare tutta la corrispondenza.

Durata e resistenza di una cassetta postale da esterno

Una cassetta postale da esterno, per garantire grande durata nel corso del tempo, deve necessariamente essere realizzata con materiali idonei in grado di garantire determinate condizioni.

La prima, e certamente la più importante per quel che riguarda un elemento posizionato all’esterno di un edificio, è la sua capacità di resistere all’azione incessante di agenti atmosferici quali sole, vento, pioggia, grandine e neve. Esistono diversi materiali con i quali realizzare un casellario postale ma certamente l’alluminio è quello in grado di offrire maggiori garanzie sia per quel che riguarda le eventuali infiltrazioni di pioggia o condensa che per la sua capacità di non ossidarsi.

L’alluminio è infatti un materiale leggero e facile da lavorare, ma al tempo stesso resistente e durevole nel corso degli anni. Per questo motivo è possibile dire che è una cassetta postale da esterni realizzata in alluminio ha una durata pressoché infinita.

Tra l’altro, una soluzione di questo tipo offre anche tutta la sicurezza necessaria per quanto concerne la custodia e protezione della propria corrispondenza dai tentativi di effrazione e sottrazione da parte di eventuali malintenzionati.

L’alluminio è infatti un materiale resistente e perfettamente in grado di resistere ai tentativi di scasso, il che significa che si possono tranquillamente fare acquisti online e affidarli alla propria cassetta postale in attesa di tornare a casa e ritirarla.

Se stai pensando dunque di acquistare una cassetta postale da esterni, considera che quelle in alluminio rappresentano la soluzione più efficace e duratura nel tempo, al punto tale che è possibile affermare durino per sempre.

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Gusto e tendenze nella scelta dei tavoli di design

Quando si arreda uno studio, una casa o un’attività commerciale, non si può non scegliere anche un tavolo. Tale elemento è fondamentale perché rappresenta il cuore dell’allestimento scenico all’interno del proprio spazio.

Per trovare l’opzione giusta, bisogna optare per un tavolo che sia in grado di fare la differenza conferendo stile e personalità ad uno spazio. Per tale motivo è consigliabile optare per tavoli di design.

Parliamo di elementi protagonisti all’interno di una stanza, che devono essere scelti tenendo conto dello stile di arredamento che si vuole creare e che diverranno il perno visivo del tuo arredamento.

Tavolo di design, come sceglierlo

Per scegliere un tavolo di design la cosa migliore è puntare su un prodotto che possa rivedere il concetto di spazio. Ad essere essenziale della scelta è la forma. Essa rappresenta un aspetto fondamentale in quanto ogni persona che siederà a quello specifico tavolo avrà bisogno del proprio spazio e la forma glielo darà oppure no.

C’è l’opzione di puntare su tavoli grandi di forma rettangolare o quadrata, ad esempio negli open spaces.

Diversamente, si può puntare su tavoli dalle forme squadrate, geometriche ed ovali. Vanno bene anche più piccoli invece, negli spazi ristretti. In tutti i casi, un tavolo per essere definito artistico deve avere degli elementi unici nel proprio genere che gli conferiscano carattere e personalità.

Le tendenze dei tavoli di design

La scelta del tavolo di design deve tenere anche conto di quelli che sono gli ultimi trends nell’ambito dell’interior design. In genere, attualmente quelli che vanno per la maggiore sono i tavoli dallo stile minimal. Gli elementi ed i materiali più diffusi sono il legno, il metallo o anche il vetro.

La cosa importante è puntare su forme particolari, meglio se squadrate. Anche l’effetto tondeggiante è tornato in voga nel corso degli ultimi anni. Non dimenticate, nella scelta di un tavolo artistico di tener anche conto delle vostre esigenze personali e di spazio.

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Suggerimenti per mantenere il tuo prato sempre verde

In Estate, così come nel resto dell’anno, è logico che chi ha la fortuna di avere una casa con giardino voglia avere un prato perfetto. Il buon aspetto del manto erboso è essenziale affinché la visione globale dei nostri esterni sia perfetta ed invitante.

Ecco allora di seguito alcuni consigli per mantenere il tuo prato sempre ben folto e verde.

Scegli il tipo di prato giusto

Se prevedi di rinfoltire un’area a prato, sarà utile sapere che ne esistono di diversi tipi. Una buona scelta iniziale determinerà la quantità di cure che dovrai apportare in futuro. L’opzione più conveniente nella progettazione giardini è quella che tiene conto del clima, del tipo di terreno di cui disponi e dell’uso che si intende fare del prato. 

Per le nuove installazioni ci sono due opzioni: partire dalla seminazione, che impiegherà mesi per dare risultati, o ricorrere al prato a zolle che è subito pronto.

Irrigazione

Devi innanzitutto analizzare il terreno prima della semina per verificare se ci sono problemi di drenaggio e studiare quale sistema di irrigazione è il migliore in base alle condizione del luogo. Considera poi che la Primavera e l’Autunno sono le stagioni ideali per la semina poiché le temperature sono più miti. 

Dopo la semina è necessario annaffiare 2 o 3 volte al giorno in modo che il terreno sia sufficientemente inumidito, ma quando l’erba raggiunge i 2 cm di altezza le annaffiature vanno progressivamente ridotte.

Quando tosare il prato?

Un prato senza una manutenzione regolare non durerà a lungo, e per questo deve essere tagliato periodicamente per mantenerlo sano. L’ideale è tagliare a metà lo stelo, tagliando ogni volta in una direzione diversa in modo che la radice non poggi sempre nella stessa direzione.

Manutenzione del prato

Per ottenere una migliore crescita, si consiglia di concimare il giardino ogni quattro-cinque settimane. Come integratore, sia per favorire la crescita che per prevenire i parassiti, è preferibile adoperare concimi organici.

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Una prima colazione sana è tra buoni propositi per il 2022

Sebbene 9 italiani su 10 consumano abitualmente il primo pasto della giornata, la mancanza di tempo sembra essere particolarmente influente nel determinare le ‘cattive abitudini’ in fatto di colazione. Infatti, quasi 1 su 5 (18%) fa colazione abitualmente in piedi, e il 14% dedica al pasto più importante della giornata meno di 5 minuti. Spesso gli italiani si trovano in difficoltà a conciliare i tempi mattutini troppo stretti con la preparazione e il consumo di una prima colazione sana ed equilibrata, che però rientra tra i buoni propositi del 2022 per oltre tre quarti dei nostri concittadini (76%). Lo conferma Everli, il marketplace della spesa online, che svela le abitudini degli italiani in tema di colazione casalinga.

Durante il week end c’è più tempo per preparala

Se la settimana può essere caotica, oltre la metà degli italiani (52%) sabato e domenica dedica più tempo alla colazione, la consuma da seduto (19%) e la prepara in maniera più curata (12%). Sebbene il caffè rappresenti un must per il 52%, molti preferiscono tè (35%), latte (19%), succo di frutta (17%) e spremute (8%). E per quanto riguarda la scelta del cibo, la colazione dolce vince su quella salata.
Sono pochissimi i sostenitori di affettati (2%) e formaggi (1%), mentre i più optano per i più tradizionali biscotti (55%), fette biscottate (15%) e brioches (13%).

Con calma e con ingredienti healthy

Oltre al problema dei tempi, anche la preparazione del primo pasto mette in crisi gli italiani di prima mattina. Il 15% pensa di essere manchevole nella capacità di associare correttamente cibi e bevande, mentre il 12% pensa di scegliere alimenti non sufficientemente sani.
In media, è solo 1 italiano su 4 (25%) a fare una colazione sana ed equilibrata, mentre il 60% crede di avere un buon margine per migliorare questo aspetto. Non stupisce quindi che tra i buoni propositi per il 2022 la maggior parte dichiara di voler mangiare con più calma (42%), assemblare in modo più healthy cibi e bevande (15%), introdurre nuovi prodotti più salutari (12%) e dedicare più tempo alla preparazione del cibo (10%).

Ingurgitare cibo velocemente aumenta il rischio di obesità e diabete
Secondo la dottoressa Egle Giambra, nutrizionista di MioDottore, i due aspetti fondamentali da tenere a mente quando si tratta di fare una colazione equilibrata e sana sono proprio il tempo e la combinazione di cibi e bevande che consenta di iniziare la giornata con il corretto apporto nutrizionale.
“Il tempo per la colazione è senz’altro un tema caldo – spiega la dottoressa Giambra – infatti, la maggior parte degli italiani preferisce fare colazione rapidamente o prendere solo un caffè, magari per guadagnare qualche minuto in più di sonno. Tuttavia, è stato osservato che concedersi una colazione ‘calma’ di almeno 10 minuti, può fare la differenza”.
Tanto che una ricerca del BMJ Open dichiara che ingurgitare cibo velocemente aumenta fino al 42% in più il rischio di obesità e diabete.

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Gli italiani si informano solo sui social?

Gli italiani per informarsi generalmente usano i social in combinazione con altre fonti informative. Ma 4 milioni e mezzo di loro si informano solo sui social network. Più in particolare, sono 14 milioni e mezzo gli italiani che utilizzano Facebook per avere notizie, e tra questi, il 30,1% dei 14-80enni, il 41,2% tra i laureati, il 39,5% nei soggetti con età compresa fra 30 e 44 anni, e il 33% delle donne.
Ma non c’è solo Facebook: il 12,6% della popolazione, e il 18% tra i giovani, acquisisce informazioni su YouTube, e il 3% su Twitter (5% tra i più giovani). Si tratta di alcuni dati emersi dall’Osservatorio permanente Censis-Ital Communications sulle Agenzie di comunicazione in Italia.

Sul web la comunicazione è senza filtri

Se il web durante la pandemia ha consentito agli italiani di costruirsi una nuova quotidianità digitale, non mancano gli aspetti contraddittori del suo utilizzo, alcuni dei quali hanno un impatto diretto su informazione e fake news. Il Covid-19 infatti ha evidenziato i rischi di una comunicazione senza filtri, proliferante, disordinata, che nel web ha l’epicentro della disinformazione e delle fake news.
Il 55,1% degli italiani poi è convinto che il digitale fomenti odio, rancore e conflittualità, con quote che arrivano al 58,9% tra le donne e al 58,4% tra i giovani under 34. E il 22,6% ha paura di cadere vittima degli haters.

Meglio un’informazione di qualità

L’86,4% degli italiani però sa che per ottenere un’informazione di qualità è meglio affidarsi ai quotidiani cartacei o online, a radio e televisione piuttosto che ai social network, dove chiunque è libero di produrre e diffondere notizie. Non è un caso che il 74,5% pensa che la televisione sia molto o abbastanza affidabile, mentre solo il 34,3% giudica affidabili i social network. Un evento inaspettato come l’epidemia da Covid-19 ha scatenato la domanda di informazione a livello globale, e a tal proposito un’indagine di Eurobarometro rileva come il 61% dei cittadini europei ritenga virologi, medici e personale sanitario le più attendibili fonti di informazione sui vaccini, ma tra i no vax la quota scende al 32%. E il 10% di chi non è vaccinato per informarsi sui vaccini ripone fiducia sui siti web, e l’8% sui social, contro il 5% della popolazione.

Covid e fake news

Il 41% di chi ha deciso di non vaccinarsi non giudica affidabile nessuna fonte informativa, mentre il 54,2% degli italiani ritiene positiva la presenza mediatica degli esperti nei vari campi della medicina.
Il 45,8%, però, esprime giudizi negativi, in quanto virologi ed epidemiologi hanno creato confusione e disorientamento (34,4%) o sono stati dannosi perché hanno provocato allarme (11,4%).
In ogni caso, l’86,8% degli italiani vorrebbe regole e controlli più stringenti per le notizie sul web. E per il 56,2% sarebbero necessarie pene più severe per chi diffonde false notizie deliberatamente.

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Le cyber minacce per il 2022 secondo Acronis

Durante la seconda metà del 2021 solo il 20% delle aziende ha affermato di non aver subito attacchi informatici, contro il 32% dell’anno precedente: un chiaro segnale dell’aumentata frequenza degli attacchi complessivi. Acronis ha pubblicato il Report annuale sulle minacce digitali per il 2022. In particolare, il rapporto sottolinea i rischi che corrono i provider di servizi gestiti (MSP). Gli attacchi alla supply chain perpetrati contro gli MSP sono infatti particolarmente devastanti, perché consentono ai criminali di accedere alle attività degli MSP e dei loro clienti. Un attacco riuscito di questo tipo causa la paralisi di centinaia o migliaia di Piccole e medie imprese.

La crescita del phishing è incessante

Oltre all’aumentata efficienza dei criminali informatici e all’impatto su MSP e Pmi, il Report Acronis evidenzia come il phishing si confermi il principale vettore di attacco. Il 94% dei malware viene infatti diffuso tramite e-mail con tecniche di social engineering che ingannano gli utenti portandoli ad aprire link o allegati dannosi. Il phishing quindi è in cima alla classifica da prima della pandemia, e la sua crescita è incessante. Solo quest’anno Acronis ha riferito di aver bloccato il 23% in più di e-mail e nel terzo trimestre del 2021 il 40% di e-mail contenenti malware rispetto al secondo trimestre dello stesso anno.

Ransomware, uno degli attacchi informatici più redditizi

Gli autori del phishing elaborano nuovi stratagemmi e passano ai sistemi di messaggistica. Per impadronirsi degli account, le nuove tecniche puntano agli strumenti di autenticazione OAuth e a più fattori (MFA). Per bypassare i più diffusi sistemi anti-phishing vengono utilizzati messaggi di testo, Slack, chat di Teams e altro, sferrando attacchi di tipo BEC che causano la compromissione delle e-mail aziendali. Quanto al ransomware, resta la minaccia numero uno sia per le grandi aziende sia per le Pmi. Gli obiettivi più ambiti sono il settore della PA, la Sanità, la produzione manifatturiera e altre strutture strategiche. Malgrado i recenti arresti, quello perpetrato tramite ransomware continua a essere uno degli attacchi informatici più redditizi. Acronis stima che i danni causati dal ransomware supereranno i 20 miliardi di dollari prima della fine dell’anno.

Criptovalute e attacchi contro le app Web 3.0

Le criptovalute sono tra le preferite dai pirati informatici. Una realtà recente è quella degli infostealer e dei malware che si appropriano degli indirizzi dei portafogli digitali. È prevedibile che nel 2022 un numero crescente di questi attacchi vada a colpire gli smart contract, i programmi che costituiscono la base fondante delle criptovalute. Secondo il Report di Acronis aumenterà però anche la frequenza degli attacchi contro le app Web 3.0, così come quella dei sofisticati attacchi flash loan, grazie ai quali verranno prelevati milioni di dollari dalle pool di criptovalute. In termini di Cyber Security il 2021 è stato l’anno peggiore mai registrato, non solo per numerose organizzazioni ma per intere nazioni, inclusi gli Emirati Arabi Uniti, oggi impegnati a contrastare la pandemia di criminalità informatica internazionale.

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Statistiche

La città più cara al mondo è Tel Aviv. Roma scende al 48° posto

Nel Rapporto annuale 2021 del ‘Worldwide Cost of Living Index’ del gruppo Economist Tel Aviv conquista la vetta della classifica delle città più care in cui vivere. Nel 2021 la città più cara al mondo è infatti la metropoli israeliana, che supera Parigi e Singapore, entrambe al secondo posto, e dalla quinta posizione passa alla prima.  Secondo il Rapporto, la crescita di Tel Aviv riflette “l’impennata della sua valuta e gli aumenti dei prezzi per circa un decimo delle merci in città, trainate dai generi alimentari e dai trasporti, in valuta locale”. Allo stesso modo, anche i prezzi degli immobili sono aumentati, soprattutto nelle zone residenziali. L’italiana Roma invece è protagonista di una forte discesa, e dal 32° posto nel 2020 passa al 48° di quest’anno, con un calo particolarmente marcato nel suo paniere della spesa e nelle categorie dell’abbigliamento, riporta Ansa.

Teheran nel giro di un anno sale dal 79° al 29° posto

Se Roma ha avuto la maggior discesa, il salto più grande, ma in su, lo ha fatto Teheran, passata dal 79° al 29° posto: con le sanzioni statunitensi i prezzi della capitale iraniana sono infatti decollati.
“La riproposizione delle sanzioni statunitensi all’Iran – ha sottolineato il Rapporto – ha portato a continue carenze di merci e aumento prezzi di importazione”.

Nella top ten anche New York, Ginevra e Copenaghen

Di fatto, l’indice Worldwide Cost of Living fa riferimento ai prezzi di New York City, quindi le città con valute più forti rispetto al dollaro Usa sono più in alto nella classifica. Ad esempio, Zurigo e Hong Kong nel 2021 risultano in quarta e quinta posizione, dopo essere state in cima alla classifica lo scorso anno insieme a Parigi. Ma nella top ten si piazzano anche New York, Ginevra, Copenaghen, Los Angeles e Osaka, mentre Tokyo, Vienna, Helsinki, Londra, Francoforte, e Shanghai sono alcune città presenti nella top 20.

In assoluto la città più economica è la siriana Damasco

In media i prezzi dei beni e servizi, presi in considerazione in questo indice, sono aumentati del 3,5% su base annua e in valuta locale, rispetto a un aumento di appena l’1,9% nello stesso periodo dello scorso anno. Di fatto i problemi sono aumentati con la pandemia, ma anche la crescita del prezzo del petrolio ha avuto pesanti conseguenze in tutti i settori. In assoluto la città più economica, perché martoriata da anni di guerra, è la siriana Damasco, che inoltre ha sofferto come Teheran, Caracas in Venezuela e Buenos Aires, di un’inflazione altissima.

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Economia

Bilancio positivo per l’agroalimentare. Un settore che sa fare sistema


Nonostante la pandemia, il settore agroalimentare italiano segna buoni risultati, anche grazie alla spinta di oltre 55.000 nuove aziende guidate da under 35, caratterizzate dalla propensione all’innovazione.Il primo appuntamento con gli Stati Generali sul mondo del lavoro di Agrifood fa emergere anche la capacità del settore di fare sistema, nel rispetto delle differenze e delle tipicità che caratterizzano il nostro paese. Altrettanto chiare però le criticità del settore, come costo del lavoro, burocrazia per l’impiego, e assenza di manodopera. Non ultima area di rischio, la tendenza comunitaria all’omologazione, direzione opposta rispetto alle tipicità che fanno dell’agroalimentare italiano un’eccellenza mondiale. L’auspicio comune è quindi quello di ottenere, nell’ambito della distribuzione dei fondi previsti dall’Europa e dal PNRR, la giusta attenzione al settore, soprattutto nella direzione della sostenibilità e della digitalizzazione.

Un settore che da contadino è diventato imprenditoriale

“Forse per qualcuno è inatteso, ma lo scenario dell’agroalimentare italiano è molto positivo: i fondamentali sono robusti, pur nella vasta articolazione di modelli, competenze e specializzazioni che costituiscono la nostra ricchezza – spiega Lucio Fumagalli, presidente INSOR Istituto Nazionale di Sociologia Rurale -. Qui l’Italia sa fare sistema: dalla cultura del seme fino agli aspetti distributivi o di packaging, il settore dimostra la capacità di interconnettere le filiere”. Quanto al contributo dei giovani imprenditori alla ‘demarginalizzazione’ culturale dell’agroalimentare, attraverso le competenze apprese negli studi e applicate nell’attività aziendale i giovani hanno dato nuova dignità a un settore che da contadino è diventato a pieno diritto imprenditoriale.

Ma il costo del lavoro è troppo alto

Il settore agroalimentare ha continuato a lavorare durante i lockdown consentendo l’approvvigionamento, mantenendo i livelli occupazionali e utilizzando molto poco gli ammortizzatori sociali.
“Ma è comunque nel lavoro il nodo da superare – afferma Luca Brondelli, membro della giunta esecutiva di Confagricoltura -. Il costo del lavoro è troppo alto in termini economici e di fatica burocratica. I centri per l’impiego non funzionano, le regole sono sempre più complesse e macchinose, la stessa legge sul caporalato prevede sanzioni pesanti alla minima svista. Inoltre, la pandemia ha ridotto l’accesso di lavoratori stranieri e il reddito di cittadinanza ha tagliato le gambe all’offerta di manodopera italiana”.

“Dobbiamo lavorare per la sostenibilità delle nostre eccellenze”

Secondo Fabiano Porcu, direttore Coldiretti Cuneo, “l’omologazione è il vero nemico delle nostre eccellenze che trovano origine proprio nelle tipicità. In rapporto alla Francia siamo a 1.500 tipologie di nostri vini contro 150 delle loro –  aggiunge Porcu -. Dobbiamo lavorare per la sostenibilità delle nostre eccellenze. Ma occorre anche un po’ di reciprocità. Se la produzione agroalimentare in Italia è sottoposta a regole stringenti, come è giusto che sia, così deve essere anche negli altri Paesi dell’Unione Europea. Altrimenti avremo tanti altri casi Prosek. L’italian sounding – sostiene Porcu – è uno dei problemi. Il nostro export vale 52 miliardi di euro a fronte di 100 miliardi in prodotti che sembrano/suonano italiani, ma non lo sono”.

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Economia

Gli italiani e il Phygital, la nuova prospettiva del retail

Gli italiani rivedono il proprio rapporto con lo shopping, guardando sempre più al phygital, l’esperienza di acquisto ibrida che coniuga le modalità tradizionali dell’offline con le novità portate dall’online e dal digitale.Se da un lato è stata sofferta la mancanza dell’aspetto più sociale dello shopping il canale digitale è riuscito a fare fronte ai bisogni dei consumatori, portando novità e servizi ormai irrinunciabili. Quanto al futuro, ci sono ampi margini di miglioramento, soprattutto se le esperienze phygital sapranno diventare sempre più emozionanti. È quanto emerge da ‘Phygital Shopping Experience: opportunità per i retailers per incrementare loyalty e sales’, la ricerca in ambito retail di BVA Doxa in collaborazione con Salesforce sulle esperienze di acquisto phygital.

Quando canale fisico e digitale si intersecano

Molti, infatti, sono gli esempi in cui canale fisico e digitale sono andati intersecandosi, come, ad esempio, con la prenotazione o l’acquisto del prodotto online e il successivo ritiro in negozio o la consegna a casa. In diversi casi, inoltre, sono stati i negozianti stessi, non presenti online, a trovare soluzioni e proporre servizi che permettessero di interagire con il proprio negozio, mantenendo il contatto con la propria clientela. Queste, così come la possibilità di prenotare il proprio posto in coda o l’aumento dei sistemi di pagamento digitali e contactless, sono state accolte positivamente, tanto da desiderare che vengano mantenute anche in prospettiva. Nell’ultimo anno oltre tre italiani su quattro (74%) hanno fatto acquisti con modalità phygital. In particolare, per l’abbigliamento (28%), l’elettronica (24%) e il comparto del beauty (21%).

Obiettivo omnicanalità

Tra gli store fisici, i supermercati e i negozi di abbigliamento sono le categorie dove con maggiore frequenza si adottano le modalità phygital. Ma se in tanti settori il phygital si sta ritagliando uno spazio sempre più importante, allo stato attuale i percorsi per rendere ottimale l’esperienza del cliente vanno ancora perfezionati. Deve infatti ancora concretizzarsi una reale omnicanalità tra offline e online, dal momento che ancora il 22% di chi visita il negozio compra online altrove, magari attratto da offerte più convenienti trovate in rete.

Personale di vendita “reale” o assistenti virtuali?

In questo processo di ibridazione, i consumatori italiani si dividono sull’affiancamento di assistenti virtuali al personale di vendita ‘reale’. Il personale di vendita reale è centrale a patto però che costituisca un valore aggiunto soprattutto in termini di competenza. È comunque consistente (52%) la quota di chi vede positivamente l’affiancamento di assistenti virtuali, e a essere più favorevoli sono soprattutto i giovani uomini, mentre decisamente meno le donne. In ogni caso, se gli strumenti digital permettessero al personale di vendita di identificare i clienti e conoscerne le preferenze, i consumatori italiani si direbbero felici, soprattutto perché potrebbero ottenere consigli su prodotti e servizi specifici (48%). Tuttavia, resta ancora centrale il nodo della privacy: il 59% è preoccupato per la salvaguardia dei propri dati sensibili.

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L’innovazione passa anche dalla Pec: la digitalizzazione delle Pmi italiane

Anche le piccole e medie aziende hanno voglia di innovazione tecnologica, tanto che il 60% di quelle italiane è attenta verso questa tematica. Lo afferma una recentissima analisi condotta da Aruba, il principale cloud provider italiano, e Idc, società mondiale specializzata in market intelligence, servizi di advisory e organizzazione di eventi nell’ambito digitale e Ict, che ha voluto esplorare il “livello di digitalizzazione raggiunto dalle piccole e medie imprese italiane e comprendere come uno tra gli strumenti cardine della digital transformation, ossia la Pec, le stia supportando in questo percorso”.

Il 71.6% delle imprese fino a 20 dipendenti è attenta all’innovazione

Qualche dato particolarmente interessante che fa emergere la dinamicità anche in ambito digital delle piccole imprese: il 60,5% delle Pmi da 1 a 5 addetti, infatti, si dichiara attenta verso l’innovazione. L’indagine rivela una particolare attenzione soprattutto all’interno delle Pmi più strutturate, che contano cioè tra 6 e 20 addetti, che si dicono “molto attente” sul tema nel 71.6% dei casi. Dallo studio – che mostra l’evoluzione delle Pmi e la crescita di digitalizzazione grazie alla Pec, laPosta Elettronica Certificata – emergono inoltre altri dati positivi: il 60% delle aziende coinvolte si adatta con rapidità a nuovi modi di lavoro basati sul digitale ed il 75% si focalizza sulla ricerca di nuove soluzioni per migliorare il proprio lavoro quotidiano. 

Il cambiamento non fa più paura

Un altro elemento chiave evidenziato dalla ricerca, che ha coinvolto un campione di 300 piccole e medie imprese nei diversi comparti – industria, commercio, finanza, servizi professionali, servizi alle persone e Pubblica Amministrazione locale, è che il cambiamento non fa paura. Un’ottima notizia, considerato che le Pmi nel nostro paese sono circa 200.000, come certificano i dati Istat. “Il cambiamento non fa più paura come prima: quasi l’85% del mercato preso in esame nella survey esprime una sostanziale apertura rispetto al tema dell’innovazione” afferma Gabriele Sposato, Direttore Marketing di Aruba. “La repentina necessità di digitalizzazione dovuta all’emergenza sanitaria ha fatto crescere tra le Pmi la consapevolezza legata all’importanza di strumenti innovativi per affrontare il proprio lavoro ed è solo il 15% ad esprimere qualche riserva al cambiamento, ancora prima cha all’innovazione”.

L’utilizzo della Pec

In dettaglio, la Pec è stata ritenuta importante per la digitalizzazione della propria impresa da oltre l’80% degli intervistati. Non solo, l’indagine ha evidenziato come il 98,5% delle aziende usa la Pec in modo continuativo, con una interessante frequenza di utilizzo: l’82% ne fa uso almeno una volta alla settimana. Le aziende che appartengono ai settori finanza, Pubblica Amministrazione locale e commercio sono quelle che dichiarano un utilizzo più frequente; al contrario, industria e servizi (professionali e alla persona) sono i settori con una frequenza di utilizzo leggermente inferiore.

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La felicità e il benessere? Te li regala il cucciolo di casa

Il lockdown sarebbe stato molto più duro senza Fido o Micio. Ne sono convinti gli italiani, moltissimi, che condividono vita e spazi con un animale domestico. E’ questo il primo dato che emerge dal sondaggio che Federchimica Aisa ha realizzato in collaborazione con Swg per comprendere a fondo la natura del rapporto che lega gli italiani ai 60 milioni di animali domestici presenti in Italia. In particolare, il periodo più severo delle restrizioni è stato confortato proprio dalle presenza di cani e gatti, considerati preziosi dall’80% dei rispondenti. In generale, un animale da compagnia in famiglia viene visto come un importante contributo alla salute psicologica e un supporto allo sviluppo dei bambini.

Un italiano su due ha un animale 

La ricerca ha messo in luce che ben un italiano su due possiede un animale domestico. Il 67% degli intervistati ha dichiarato di aver accolto in casa un pet per avere compagnia, e la percentuale sale ancora di più (73%) tra gli individui che non hanno figli. Insomma, cani, gatti,, criceti e furetti diventano a tutti gli effetti dei veri e propri membri della famiglia e così sono considerati da oltre il 90% del campione. Tra gli animali da compagnia, è il cane quello preferito dal 62% dei rispondenti, mentre il gatto ha un gradimento che tocca il 55%. Infine, una buona percentuale di italiani – il 27% – ha scelto di condividere la propria esistenza con specie più originali, come pesci, volatili, roditori e animali esotici come serpenti e iguane.

Questione di affetto

“L’essere umano nasce con un forte desiderio di relazione con gli animali, basti pensare ai bambini. Gli animali compaiono nei fumetti, nelle fiabe, nei giocattoli e da adolescenti i supereroi hanno di nuovo caratteristiche animali come Batman o Spiderman” ha precisato l’etologo Roberto Marchesini. “Tutto questo ci fa capire che l’essere umano è affascinato dal mondo animale e quindi forse in questo periodo semplicemente c’è un maggior interesse verso l’aspetto affettivo, forse ricerchiamo negli animali qualcosa che non abbiamo e che ci manca”. Qualunque sia la ragione, gli italiani hanno stretto negli anni un legame sempre più stretto con gli amici a quattro zampe, percepiti come “portatori” di felicità, allegria e benessere. Mai senza un compagno a quattro zampe, quindi.