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Come risparmiare il gas e far lavorare meno la caldaia?

Soprattutto in un momento come questo in cui i prezzi del gas, così come quelli dell’elettricità, vanno continuamente al rialzo, riuscire a risparmiare sul gas e dunque usare in maniera intelligente la caldaia diventa importante.

Ci sono per questo alcuni accorgimenti che possiamo adottare per riuscire a limitare i consumi di gas. Vediamo di seguito quali.

Chiudere il rubinetto quando laviamo i denti

Chiudere il rubinetto dell’acqua calda quando laviamo i denti è una buona abitudine, sia perché consente di risparmiare del gas che perché consente di non sprecare dell’acqua.

Infatti, nel momento esatto in cui stiamo lavando i denti non abbiamo bisogno dell’acqua e per questo tenere aperto il rubinetto dell’acqua calda è inutile.

Meglio per questo chiuderlo e aprirlo nuovamente soltanto nel momento in cui vogliamo effettuare il risciacquo.

Non accendere i termosifoni se non necessario

Sebbene ci siano dei momenti della giornata in cui è possibile avvertiamo del freddo, non sempre è necessario accendere i termosifoni.

Sicuramente la sera è il momento in cui calano le temperature e avvertiamo maggiormente il bisogno di usufruire del riscaldamento.

D’altro canto, nel resto della giornata non sempre è necessario accendere i termosifoni, anche se avvertiamo un brivido di freddo. Al contrario, in questi casi probabilmente è già sufficiente indossare una felpa o un maglione per non avvertire più la sensazione di freddo e stare bene.

Ciò ci consentirà di stare bene ugualmente senza per questo dover ricorrere all’utilizzo dei termosifoni, il che si traduce in un notevole risparmio considerando le tante ore di utilizzo della caldaia che in realtà non avremo effettuato.

Chiudere le finestre quando i termosifoni sono accesi

Una brutta abitudine di tante persone è quella di dimenticare o tenere appositamente una finestra di casa aperta quando i termosifoni sono accesi. In questo caso creiamo una dispersione di calore in quanto l’aria fredda entrerà facilmente in casa, vanificando il lavoro dei termosifoni.

Dunque per questo motivo saremmo costretti a tenerli accesi molto più tempo prima di riuscire ad ottenere una temperatura accettabile in casa.

È molto meglio invece tenere tutte le finestre chiuse quando i termosifoni sono accesi, così da riscaldare rapidamente l’intero appartamento e avere l’opportunità di spegnerli prima mantenendo una temperatura gradevole in ogni stanza.

È bene in proposito ricordare che installare degli infissi di buona qualità consente di eliminare ogni tipo di dispersione di calore e contribuire notevolmente a migliorare la temperatura interna dell’appartamento.

Fai effettuare la manutenzione ordinaria

Con il passare del tempo gli ugelli della caldaia possono otturarsi, ed in genere diverse parti che la compongono necessitano di essere pulite o sostituite.

Senza un’efficace manutenzione del tuo impianto molto probabilmente andrai incontro ad un calo di efficienza e dunque consumi maggiori.

Grazie ad un controllo periodico effettuato da un professionista invece, sarà possibile andare ad individuare eventuali anomalie o sporcizie da rimuovere, così da evitare sprechi di gas e qualsiasi tipo di dispersione.

La semplice operazione di pulizia della caldaia è in realtà importantissima per migliorare la sua efficienza, così come la durata nel tempo. In questa maniera la tua caldaia lavorerà meglio riducendo i consumi ed offrendo al tempo stesso maggior sicurezza tutti i componenti della famiglia.

Se, nonostante questi accorgimenti non riesci a diminuire i consumi di gas, è possibile che la tua caldaia sia alquanto obsoleta. I modelli più moderni consentono invece di ottenere un discreto risparmio energetico, vantaggio offerto soprattutto dalle famose caldaie a condensazione.

In questo caso è meglio pensare ad effettuare la sostituzione caldaia così da riuscire finalmente ad ottenere il risparmio di gas desiderato.

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Quanto costa aprire un salone da parrucchiere?

Quella di aprire un salone da parrucchiere è certamente una bellissima idea. Riuscire a capire quanto costa avviare un’attività di questo tipo è sicuramente la domanda che si pone più spesso chi sta pensando di aprire un nuovo salone.

Vediamo allora di analizzare costi per capire quanto costa aprire un salone da parrucchiere.

La sede

Quella della sede è la prima delle spese da considerare. Se decidere di acquistare i locali considera che, in base alla città in cui l’attività ha sede ed in base al quartiere, può costare dai 150000€ ai €40000 al variare di tali parametri.

Chiaramente ti sarà necessario accendere un mutuo con la tua banca in questo caso. Il vantaggio però è che, essendo proprietario dei locali, potrai apportare tutte le modifiche e personalizzazioni che vuoi, inclusi eventuali interventi di ristrutturazione.

Se deciderai invece di affittare la sede, oltre ai parametri di cui sopra bisogna anche considerare le dimensioni del locale. Considera che per un locale di circa 80 m2 /100 m2 potresti pagare un affitto medio che oscilla tra le 800€ e le €1000 mensili. A questi chiaramente vanno aggiunti i costi relativi alle utenze.

Gli arredi e le attrezzature

Chiaramente avrai bisogno di un po’ tutto quello che è il classico arredo per un salone da parrucchiere, incluse attrezzature professionali di vario tipo. Dalle poltrone da parrucchiere ai mobili con specchio ad esempio, passando per espositori, altri mobili, divano per la zona d’attesa e altri prodotti che puoi trovare presso le aziende che si occupano di forniture per parrucchieri. Per un salone medio potresti considerare un importo che oscilla tra le 6000€ le 7000€ per quanto elencato.

La pubblicità

Aprire un nuovo salone per parrucchiere potrebbe servire a poco nel caso in cui i potenziali clienti non vengano a saperlo. Per questo motivo è necessario avviare una adeguata campagna pubblicitaria a livello locale per consentire a tutti di venirne a conoscenza.

Considera dunque di far passare alcuni annunci pubblicitari alle radio locali ed un po’ di cartellonistica nel quartiere. Faresti bene anche ad avviare alcune inserzioni sponsorizzate su Facebook. Considera che è una pubblicità di questo tipo che va avanti per almeno 3 mesi può costarti dalle 5000€ alle 6000€.

Gli impianti

Sia che si tratti di un nuovo locale, che di una attività esistente che è stata rilevata, avrai necessariamente necessità di sistemare gli impianti elettrici ed idraulici. Soprattutto l’impianto elettrico va necessariamente messo a norma per garantire il massimo della sicurezza ai tuoi dipendenti e clienti. In totale per questi due lavori puoi considerare un importo che va dalle 1000€ alle 3000€ in base alla tipologia di lavoro necessaria.

Assicurazione

La legge prevede obbligatoriamente che sia necessario sottoscrivere una assicurazione del locale, che vada tutelare clienti dipendenti durante la loro permanenza in sede. Questa assicurazione costa mediamente 600€ ogni anno.

Utenze

Tra i costi da considerare ci sono chiaramente le utenze e tu acqua, luce e telefono. Valuta se sia il caso di sottoscrivere una tariffa flat, per la quale vai a pagare un importo fisso a prescindere dai consumi, o se è meglio pagare effettivamente per quanto si consuma. Una attività commerciale per queste tre utenze in totale paga circa 300€ al mese.

I dipendenti

Se deciderai di assumere dei dipendenti, devi considerare anche i costi relativi al loro stipendio. Considera mediamente che il contratto di una persona che lavora 8 ore e guadagna €1200 al mese a te costa altre €1200 di tasse circa, parliamo quindi di €2400 al mese da mettere in preventivo.

Tenendo in considerazione questi dati, potrai avere un quadro preciso di quelle che sono le spese da affrontare se deciderai di aprire un salone da parrucchiere.

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Cosa può inquinare l’acqua

Quali sono le sostanze che inquinano l’acqua? Quali sono quegli elementi che rendono l’acqua che arriva fino al rubinetto di casa poco sicura o non idonea al consumo alimentare?

Tutti noi facciamo bene a porci queste domande perché la qualità dell’acqua che beviamo influisce direttamente sulla nostra salute.

Ricordiamo infatti che l’acqua che beviamo di solito deve essere ben bilanciata e dunque non essere nè particolarmente ricca di un determinato elemento nè troppo povera di specifici minerali.

Deve insomma essere un’acqua equilibrata che contenga la giusta quantità di minerali ed elementi necessari al nostro organismo.

Al tempo stesso, non devono essere presenti elementi nocivi che possono rappresentare un pericolo per la salute ed inoltre conferire all’acqua un sapore poco gradevole. Ma quali sono in particolare questi elementi in grado di inquinare l’acqua? vediamoli di seguito.

Alcune delle sostanze che inquinano l’acqua

Ad inquinare maggiormente l’acqua sono i batteri, i residui organici, insetticidi e diserbanti agricoli, metalli e sostanze tossiche.

La loro presenza può variare in base a diversi fattori come ad esempio la fonte dalla quale ci si approvvigiona e la rete idrica stessa. In genere l’acqua che arriva dall’acquedotto comunale è più controllata e non dovrebbe presentare quantomeno sostanze pericolose come i metalli pesanti.

Il discorso è ben diverso per l’acqua che viene invece dal pozzo, la quale tipicamente presenta prodotti che vengono utilizzati in agricoltura quali diserbanti ed altre sostanze tossiche.

In entrambi i casi, ad influire sulla qualità dell’acqua che arriva in casa è anche la situazione delle tubature. Soprattutto il tratto finale, e dunque quello che giunge direttamente in casa, potrebbe essere infatti particolarmente vetusto e dunque ossidato.

La conseguenza è che determinate sostanze pericolose possono essere rilasciare dalle tubature ed immesse nell’acqua che poi andiamo a bere. Questa è una eventualità da scongiurare e per questo facciamo bene a preoccuparci della qualità dell’acqua che arriva in casa.

Come rimediare a questo tipo di inquinamento?

L’acqua non ha alcun tipo di possibilità di difendersi dalle sostanze tossiche o da altre sostanze inquinanti, così come non vi è alcuna naturale possibilità dell’acqua di difendersi da una contaminazione batterica.

Per questo motivo è necessario ricorrere a dei metodi alternativi che sono in grado di eliminare ogni tipo di sostanza inquinante o che comunque rende pericoloso il consumo dell’acqua.

L’inquinamento dell’acqua può essere infatti efficacemente eliminato grazie a specifici impianti di depurazione, che vanno installati direttamente in casa e che sono immediatamente efficaci sin dal primo momento.

Una volta installato infatti, l’acqua inizierà da subito ad avere un sapore molto più gradevole e soprattutto verranno eliminate tutte quelle sostanze che impedivano all’acqua di essere idonea al consumo alimentare.

Per quel che riguarda i prezzi dei depuratore acqua casa, questi variano in base alla loro tipologia. Ci sono infatti quelli che funzionano ad osmosi inversa, quelli con filtri al carbone attivo, quelli a depurazione magnetica e quelli con addizionatore di anidride carbonica, ad esempio.

Trattandosi di tecnologie diverse va a variare anche il prezzo. Per questo motivo è sempre bene scegliere un modello di depuratore specifico per risolvere il problema legato all’acqua cui si ha accesso.

Individuato il giusto tipo di depuratore sarà possibile farlo installare, il che è una operazione rapida e richiede al massimo qualche ora di tempo, per iniziare da subito a bere un acqua dal sapore decisamente gradevole e soprattutto che sia finalmente sicura e dunque idonea per il consumo alimentare.

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È vero che il deodorante può causare il cancro al seno?

Diverse risorsa disponibili in rete invitano i consumatori ad avere la massima cautela nei confronti dei deodoranti che comunemente acquistiamo al supermercato, i quali sono accusati di concorrere nel causare il cancro al seno.

Tale convinzione deriva dal fatto che alcuni di questi contengono parabeni e alluminio, i quali comunque non sono a prescindere degli elementi che hanno degli effetti benefici per il nostro corpo, al contrario.

Le informazioni che hanno recentemente preso campo affermano che questi due elementi, che sono contenuti in tantissimi deodoranti, alcuni dei quali anche molto famosi, possono avere un effetto cancerogeno e che dunque fanno in modo da far sviluppare più frequentemente i tumori nella zona superiore della mammella come conseguenza dei linfonodi che vengono intasati.

Sempre secondo le stesse fonti, anche l’abitudine di radere continuamente le ascelle sarebbe in grado di potenziare gli effetti negativi legati al all’uso del deodorante dato che l’assenza di peli va a favorire l’ingresso di tali sostanze tramite la pelle che rimane dunque nuda.

Cosa sappiamo veramente

Vi sono stati nel corso degli anni diversi studi epidemiologici volti a verificare un effettivo nesso tra l’utilizzo di deodoranti ed il tumore al seno. Tali studi hanno preso in considerazione dei campioni di circa 1000 donne affette da cancro al seno ed un numero identico di donne invece sane.

Sono state esaminate le loro abitudini per quel che riguarda l’igiene personale, e lo studio ha rivelato come non vi sia alcun tipo di differenza di abitudine per quel che riguarda le donne facenti parte dei due diversi gruppi.

In entrambi i casi dunque, le donne hanno affermato in egual quantità di depilare le ascelle e di fare utilizzo dei deodoranti che comunemente troviamo al supermercato. Anche nel corso degli ultimi cinque anni sono stati nuovamente effettuati degli studi in tal senso e anche in questo caso si è arrivato alla conclusione che non vi sia alcun tipo di nesso tra l’utilizzo dei deodoranti e le possibilità di sviluppare il cancro al seno.

In sintesi

Possiamo dunque sintetizzare dicendo che i deodoranti più comuni sono stati in passato oggetto di critiche in quanto, secondo alcuni, questi erano in grado di aumentare la probabilità di sviluppare un cancro alla mammella dato che in alcuni casi contengono elementi nocivi quali l’alluminio e i parabeni.

Ad ogni modo gli studi epidemiologici che si sono susseguiti nel corso degli anni non hanno evidenziato alcun tipo di relazione tra l’insorgere della malattia e l’utilizzo di questi deodoranti. In particolare sono stati effettuati degli studi sull’alluminio che non hanno portato alla scoperta di alcuna reazione tra la sua presenza nel corpo e il tumore al seno. Lo stesso dicasi per i parabeni contenuti solitamente nei deodoranti, in quanto gli studi effettuati non hanno dimostrato nulla di negativo da evidenziare.

Per concludere

Gli studi effettuati fino ad oggi, da parte di scienziati, case farmaceutiche e istituti indipendenti, non hanno rilevato alcun tipo di incremento di rischio di sviluppare il tumore al seno in quelle donne che fanno utilizzo dei comuni deodoranti e che si depilano le ascelle, nei confronti di quelle donne che invece non fanno così.

Non esiste al momento dunque alcun tipo di prova attendibile che possa dimostrare che tali deodoranti, ed in particolare le sostanze che contengono come i parabeni o l’alluminio, possono provocare il cancro al seno.

Rimane comunque importante effettuare periodicamente un controllo o una visita senologica per verificare assieme ad uno specialista che tutto vada bene e che non vi siano campanelli di allarme di alcun tipo.

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Quanti anni può durare una cassetta postale da esterni?

Sicuramente ci aspettiamo che una cassetta della posta possa fare tante cose per noi. Tra queste il renderci più facile la vita a cominciare dal poter stabilire velocemente se abbiamo ricevuto della corrispondenza o meno ed il riuscire a prelevarla rapidamente e senza fatica.

A questo si aggiungono determinate aspettative inerenti Il design e lo stile della nostra nuova cassetta della posta, la quale è chiamata ad inserirsi perfettamente nel nuovo contesto. È inoltre necessario che la cassetta della posta sia robusta a sufficienza per riuscire a resistere a tutte le sollecitazioni o i tentativi di scasso da parte di eventuali malintenzionati con l’idea di andare a sottrarre la nostra corrispondenza o i nostri pacchi,  nel caso di cassetta portapacchi.

A parte questo ci sono anche altre cose che la nostra cassetta della posta è tenuta a fare, in particolar modo per quel che riguarda le cassette postali da esterni.

Cosa prevede la legge

È da premettere che la normativa vigente prevede che le cassette postali condominiali, così come quelle singole, debbano essere posizionate all’esterno dell’edificio e non all’interno. Questo perché il corriere o postino deve essere sempre nelle condizioni di poter lasciare la corrispondenza senza la necessità di chiamare qualcuno che possa aprirgli il cancello o il portone per accedere all’interno dell’edificio laddove le cassette postali sono posizionate.

È possibile per questo che l’ufficio postale di zona o direttamente il comune impongano al condominio di installare le cassette postali da esterno, per facilitare le operazioni di consegna. Meglio pensarci in anticipo dunque, soprattutto in fase di acquisto.

In particolare è il Decreto del 09/04/2001 a prevedere che le cassette postali debbano essere posizionate “al limite della proprietà, sulla pubblica via o comunque in luogo liberamente accessibile, salvi accordi particolari con l’ufficio postale di distribuzione”. Ciò al fine di favorire le operazioni di consegna della corrispondenza senza causare un disagio al corriere o portalettere, per i quali il tempo è prezioso al fine di riuscire a consegnare tutta la corrispondenza.

Durata e resistenza di una cassetta postale da esterno

Una cassetta postale da esterno, per garantire grande durata nel corso del tempo, deve necessariamente essere realizzata con materiali idonei in grado di garantire determinate condizioni.

La prima, e certamente la più importante per quel che riguarda un elemento posizionato all’esterno di un edificio, è la sua capacità di resistere all’azione incessante di agenti atmosferici quali sole, vento, pioggia, grandine e neve. Esistono diversi materiali con i quali realizzare un casellario postale ma certamente l’alluminio è quello in grado di offrire maggiori garanzie sia per quel che riguarda le eventuali infiltrazioni di pioggia o condensa che per la sua capacità di non ossidarsi.

L’alluminio è infatti un materiale leggero e facile da lavorare, ma al tempo stesso resistente e durevole nel corso degli anni. Per questo motivo è possibile dire che è una cassetta postale da esterni realizzata in alluminio ha una durata pressoché infinita.

Tra l’altro, una soluzione di questo tipo offre anche tutta la sicurezza necessaria per quanto concerne la custodia e protezione della propria corrispondenza dai tentativi di effrazione e sottrazione da parte di eventuali malintenzionati.

L’alluminio è infatti un materiale resistente e perfettamente in grado di resistere ai tentativi di scasso, il che significa che si possono tranquillamente fare acquisti online e affidarli alla propria cassetta postale in attesa di tornare a casa e ritirarla.

Se stai pensando dunque di acquistare una cassetta postale da esterni, considera che quelle in alluminio rappresentano la soluzione più efficace e duratura nel tempo, al punto tale che è possibile affermare durino per sempre.

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Suggerimenti per mantenere il tuo prato sempre verde

In Estate, così come nel resto dell’anno, è logico che chi ha la fortuna di avere una casa con giardino voglia avere un prato perfetto. Il buon aspetto del manto erboso è essenziale affinché la visione globale dei nostri esterni sia perfetta ed invitante.

Ecco allora di seguito alcuni consigli per mantenere il tuo prato sempre ben folto e verde.

Scegli il tipo di prato giusto

Se prevedi di rinfoltire un’area a prato, sarà utile sapere che ne esistono di diversi tipi. Una buona scelta iniziale determinerà la quantità di cure che dovrai apportare in futuro. L’opzione più conveniente nella progettazione giardini è quella che tiene conto del clima, del tipo di terreno di cui disponi e dell’uso che si intende fare del prato. 

Per le nuove installazioni ci sono due opzioni: partire dalla seminazione, che impiegherà mesi per dare risultati, o ricorrere al prato a zolle che è subito pronto.

Irrigazione

Devi innanzitutto analizzare il terreno prima della semina per verificare se ci sono problemi di drenaggio e studiare quale sistema di irrigazione è il migliore in base alle condizione del luogo. Considera poi che la Primavera e l’Autunno sono le stagioni ideali per la semina poiché le temperature sono più miti. 

Dopo la semina è necessario annaffiare 2 o 3 volte al giorno in modo che il terreno sia sufficientemente inumidito, ma quando l’erba raggiunge i 2 cm di altezza le annaffiature vanno progressivamente ridotte.

Quando tosare il prato?

Un prato senza una manutenzione regolare non durerà a lungo, e per questo deve essere tagliato periodicamente per mantenerlo sano. L’ideale è tagliare a metà lo stelo, tagliando ogni volta in una direzione diversa in modo che la radice non poggi sempre nella stessa direzione.

Manutenzione del prato

Per ottenere una migliore crescita, si consiglia di concimare il giardino ogni quattro-cinque settimane. Come integratore, sia per favorire la crescita che per prevenire i parassiti, è preferibile adoperare concimi organici.

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Economia

Italia, attrazione in crescita per gli investitori esteri

L’Italia piace agli stranieri, anche quando si tratta di investitori. Lo conferma l’EY Europe Attractiveness Survey 2022, ricerca annuale che analizza l’andamento degli investimenti diretti esteri in Europa e le percezioni dei player internazionali con l’obiettivo di indagare il livello di attrattività di ciascun Paese e individuare i principali driver d’investimento futuri.

I numeri degli investimenti

Nel corso del 2021, sono stati 207 i progetti di investimenti diretti esteri (Ide). Questo risultato segna una crescita annua dell’83%, dato superiore rispetto a quello registrato in tutti gli altri Paesi europei. Tuttavia, con una quota di mercato del 3,5% – in aumento rispetto al 2% del 2020 – l’Italia si posiziona ancora a distanza dai principali attrattori di Ide in Europa, ovvero Francia (21%), Regno Unito (17%) e Germania (14%). Ma quali sono i comparti più attrattivi? Per gli investimenti esteri in Italia nel 2021 sono stati il settore software e servizi IT (con il 15% degli Ide totali dell’anno), i trasporti e la logistica (14%) e i servizi B2B (12%). In crescita rispetto al 2020 soprattutto gli investimenti nel comparto agroalimentare e beni di consumo (+214% di numero di Ide) e macchinari e attrezzature (+233%). In calo l’attrattività del settore elettronica (-25% del numero di Ide rispetto al 2020) e telecomunicazioni (-57% del numero di Ide rispetto al 2020).

Dagli Usa il maggior interesse

Si conferma anche nel 2021 il trend dell’anno precedente che vede gli investimenti in Italia arrivare principalmente dagli Stati Uniti (28% del totale annuo), seguiti dalla Germania (17%), la cui relazione con il nostro Paese si rafforza superando la Francia (12%) e il Regno Unito (7%), anch’essi storici partner commerciali dell’Italia. Si registra invece una flessione del 50% rispetto al 2020 degli investimenti provenienti dalla Cina. Per quanto riguarda la distribuzione delle risorse sul territorio nazionale, si conferma una sostanziale disomogeneità, con una quota prevalente nel Nord-Ovest del Paese (54%) e nel Nord-Est (21%), che nel 2021 supera il Centro Italia, passato dal 24% dei progetti nel 2020 al 15% nell’ultimo anno. Positiva la crescita degli investimenti destinati al Meridione (dal 4% al 10%), nonostante rimanga ancora un consistente divario rispetto al resto del Paese. 
“L’Italia scala posizioni in termini di attrazione di investimenti esteri, posizionandosi nel 2021, per la prima volta dopo molto tempo, tra i primi 10 Paesi europei per numero di progetti di Ide. Dopo l’incremento degli investimenti registrato nel difficile anno della pandemia, il 2021 conferma il trend di crescita, con un segnale positivo di fiducia nelle prospettive di rafforzamento dell’economia italiana, legato anche al piano pluriennale di riforme perseguito dal Governo Draghi a partire da febbraio 2021. Rispetto alla dimensione e rilevanza dell’economia nazionale, la porzione degli investimenti diretti esteri destinati al nostro Paese può crescere ancora molto” ha detto Massimo Antonelli, ceo EY Italy e Chief Operating Officer EY Europe West.

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UE: raggiunto l’accordo sul caricabatterie universale Usb-C

Ogni anno vengono spediti in Europa mezzo miliardo di caricabatteria per dispositivi portatili, che generano dalle 11 alle 13mila tonnellate di rifiuti elettronici l’anno. Il Parlamento europeo e il Consiglio Ue hanno però raggiunto un accordo sul caricabatterie universale. In base alle nuove regole, dal 2024 si potrà utilizzare un unico caricabatterie per tutti i dispositivi elettronici portatili di piccole e medie dimensioni. L’ambiente ringrazia: la direttiva propone infatti un unico caricatore di forma Usb-C per telefoni cellulari, laptop, tablet, e-reader, cuffie in-ear, fotocamere digitali, cuffie e auricolari, console per videogiochi portatili e altoparlanti portatili ricaricabili tramite cavo cablato. Questi dispositivi dovranno essere dotati di una porta Usb di tipo C, indipendentemente dal loro produttore.

Un percorso lungo 10 anni

La direttiva, punto di arrivo di un percorso lungo 10 anni, secondo le stime dell’Ue aiuterà i consumatori a risparmiare fino a 250 milioni di euro all’anno sugli acquisti inutili di caricabatterie.
A oggi, infatti, i consumatori spendono circa 2,4 miliardi di euro l’anno per acquistare caricabatteria separati non compresi nell’acquisto dei dispositivi. Nel 2020 sono stati venduti negli Stati dell’Unione circa 420 milioni di cellulari e altri dispositivi elettronici portatili. I consumatori possiedono in media circa tre caricabatteria per telefoni cellulari, ma il 38% dichiara di aver incontrato difficoltà almeno una volta nel ricaricare il proprio telefono perché i caricabatteria disponibili erano incompatibili. 

Apple è l’unica ad adottare un sistema diverso

I tentativi di imporre un caricabatterie universale in tutto il territorio europeo risalgono al 2009, quando Apple, Samsung, Huawei e Nokia firmarono un accordo volontario per utilizzare uno standard comune. Ma questo approccio volontario non ha raggiunto gli obiettivi di sostenibilità ambientale e risparmio stabiliti inizialmente. Di fatto, l’USB-C è già uno standard condiviso nel panorama dei dispositivi mobili: tutti i principali produttori di smartphone hanno adottato la porta di nuova generazione da qualche anno. Apple è l’unica ad adottare un sistema diverso.
“Dal 2024 se Apple vorrà vendere i suoi dispositivi in Ue dovrà adottare il caricabatterie Usb-C – commenta il relatore del provvedimento al Parlamento europeo, Agius Saliba -. Su questo siamo stati molto chiari anche con loro, siamo stati a Cupertino e gliel’abbiamo detto”.

Verso lo standard Qi

La direttiva sul caricabatterie unico è solo il primo passo, e ha un orizzonte più ampio. Il legislatore europeo punta a ottenere “l’interoperabilità delle tecnologie di ricarica wireless entro il 2026 – chiarisce il relatore Alex Agius Saliba -. Stiamo anche ampliando la portata della proposta aggiungendo altri prodotti, come i computer portatili, che dovranno essere conformi alle nuove regole”. 
La ragione per cui si punta alla interoperabilità delle tecnologie di ricarica wireless è evidente, riferisce Agi: sono il futuro. Le aziende tecnologiche si stanno infatti già muovendo verso un sistema universale di ricarica dei dispositivi elettronici: lo standard Qi. Arrivare a questa data con una strategia comune, che vuol dire standard comuni, è uno degli obiettivi dei deputati alla Commissione.

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Salari: Italia fanalino di coda in Europa

Il clima è sempre più rovente attorno a Palazzo Chigi, e in attesa che il premier Mario Draghi convochi un tavolo con le parti sociali, i dati aiutano a capire la situazione dell’Italia, fanalino di coda in Europa per i salari più bassi e le retribuzioni dei dipendenti. I dati dell’Ocse sono sconcertanti: negli ultimi trent’anni l’Italia è l’unico paese in cui i salari annuali medi sono diminuiti, precisamente del 2,9%. Il paragone con i paesi europei segna una distanza enorme: in Germania i salari sono cresciuti del 33%, in Francia del 31%, in Belgio e in Austria del 25%, in Portogallo del 14% e in Spagna del 6%. Gli stati scandinavi registrano poi il +63% della Svezia, il +39 della Danimarca e il +32% della Finlandia.

Gli squilibri del mercato del lavoro colpiscono i giovani

Tra i più colpiti dagli squilibri del mercato del lavoro italiano ci sono sicuramente i giovani. Secondo Eurostat, la media annuale degli stipendi europei della fascia 18-24 anni è 16.825 euro, e in Italia è 15.858 euro. Peggio fa la Spagna (14.085 euro), ma Francia (19.482), Paesi Bassi (23.778), Germania (23.858) e Belgio (25.617) sono decisamente superiori. Quanto alla paga oraria complessiva dei lavoratori, gli italiani guadagnano in media 8 euro l’ora in meno rispetto a tedeschi e olandesi. E non è il costo del lavoro a penalizzare il nostro sistema: consultando i numeri del 2021 il costo medio orario del lavoro in Italia è di 29,3 euro, considerando salari, contributi e altre tasse, mentre in Germania è 37,2 euro, in Francia 37,9, in Olanda 38,3, e in Belgio 41,6 euro.

Cosa può fare il governo?

Al di là dell’aiuto da 200 euro nel cedolino di luglio per i redditi fino a 35mila euro e i bonus energetici già varati, il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ha ipotizzato di detassare i rinnovi, visto che il 40% dei lavoratori italiani ha il contratto scaduto. Una misura che potrebbe essere finanziata, ad esempio, con il prelievo una tantum proposto da Landini sui redditi alti, o alzando la tassa sugli extraprofitti delle società energetiche. I sindacati avevano messo sul tavolo l’idea di tassare tutte le tranche di salario legate ai rinnovi contrattuale con un’aliquota al 10%, anziché al 33%.

In Italia lavora solo il 58,2% della popolazione in età di lavoro

Secondo i dati Eurostat, infatti, in Italia lavora soltanto il 58,2% della popolazione in età di lavoro, contro una media europea del 68,4%, riporta Agenzia Dire.
Per il ministro della PA Renato Brunetta e il giuslavorista Michele Tiraboschi “la via maestra sui salari resta quella della contrattazione collettiva, dentro, però, un percorso di reale riforma degli assetti contrattuali e delle dinamiche retributive coerente con le recenti nuove trasformazioni del lavoro. In questo contesto si giustificano anche le misure di incentivazione della contrattazione di produttività e del welfare aziendale, che tuttavia possono e debbono essere rivisitate in termini di maggiore effettività”.

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L’impatto del Metaverso sulla vita delle persone: cosa succederà?

Metaverso, Realtà Aumentata, Realtà Virtuale: sono tutti termini riferiti alla tecnologia ma che entrano sempre di più nella nostra vita quotidiana. E, specie negli ultimi mesi, si è parlato moltissimo di queste evoluzioni, in particolare del Metaverso. Ma quanto ne sanno gli italiani, e anche i cittadini di tutto il mondo, in merito a questa trasformazione? Per capirlo,Ipsos, in collaborazione con il World Economic Forum, ha condotto una nuova indagine sondando l’opinione dei cittadini in 29 Paesi del mondo -tra cui l’Italia- con l’obiettivo di comprendere il grado di conoscenza di questi concetti, il livello di entusiasmo per le nuove tecnologie e l’impatto che queste possano avere nella vita delle persone nel prossimo decennio.

Cosa cambierà nella vita quotidiana?

Tra le varie analisi, è particolarmente interessante quella riferita al Metaverso e all’impatto che questo avrà nella vita di tutti i giorni. Nonostante le differenze significative in termini di familiarità ed entusiasmo, l’opinione pubblica internazionale prevede ampiamente che vari tipi di applicazioni che utilizzano il Metaverso e la realtà estesa cambieranno in modo significativo la vita delle persone nel prossimo decennio. In particolar modo, gli italiani concordano sul fatto che -nel corso dei prossimi dieci anni- lo sviluppo delle seguenti app, che si basano sull’utilizzo delle nuove tecnologie, cambierà totalmente il modo in cui le persone vivono: 60% – Apprendimento virtuale (corsi, frequentare la scuola…); 56% – Risorse digitali per la salute (consulenze, consultazioni virtuali, chirurgia a distanza…); 55% – Intrattenimento digitale nella realtà virtuale (film, concerti…); 54% – Ambienti di lavoro virtuali (collaborazione virtuale, networking…); 49% Giochi virtuali (giochi di realtà aumentata, strumenti multiplayer…) e socializzazione virtuale (chat con amici/familiari, appuntamenti, incontri…); 43% Viaggi e turismo virtuali (replicare il mondo reale…); 38% Scambio di beni digitali (NFT, oggetti da collezione, criptovalute…). 

Fiducia nel futuro

Le aspettative sull’impatto delle applicazioni che si basano sul Metaverso variano anche in base al Paese e alle caratteristiche demografiche. In generale, circa la metà degli intervistati dichiara di conoscere il Metaverso (52%) e di provare sentimenti positivi nei confronti dell’utilizzo della realtà estesa nella vita quotidiana (50%). Per quanto riguarda il Metaverso, le differenze – anche quelle fra paese e paese – non sono così nette, il che suggerisce che – a prescindere dal fatto che lo si attenda o meno-  la maggior parte delle persone si aspetta che la propria vita venga profondamente influenzata dalle nuove tecnologie nei prossimi anni.

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Economia

Imprese: servono 350mila Cybersecurity manager

L’esigenza di figure professionali con un profilo legato alla gestione della sicurezza è sentita da tutte le organizzazioni, private e pubbliche. E il Cybersecurity manager, figura professionale che ha il compito di proteggere l’impresa dagli attacchi informatici, oggi è un profilo più che mai necessario, e dal grande futuro occupazionale. Ma secondo una ricerca, il 24% del nostro sistema produttivo ha difficoltà nel trovare questa competenza, ed entro quest’anno mancheranno 350mila professionisti. 
“Non è allora un caso – spiega Ernesto Barbone, legale specializzato nella sicurezza informatica – che l’Università statale di Milano, nella sua facoltà di Giurisprudenza, ha dato vita a un master in Cybersecurity. Gli spazi sono enormi e vanno riempiti assolutamente”.

Unire competenze di compliance normativo all’implementazione di misure di sicurezza

Il Cybersecurity manager unisce le competenze di compliance normativo (regolamento europeo protezione dati personali, diritto del lavoro, diritto commerciale e diritto penale) all’implementazione di misure di sicurezza idonee ad abbassare il rischio di possibili reati/incidenti all’interno della struttura.
“Si tratta di un elemento fondamentale, che permette di avere una visione legale sull’adeguamento tecnologico dell’azienda per far sì che la stessa non si veda danneggiata nella tenuta dei dati aziendali e nelle ripercussioni di bad reputation – continua Barbone -. La particolare conoscenza dei sistemi informativi dal punto di vista tecnico permettono di inquadrare lo scenario normativo a cui l’azienda va incontro, permettendo di implementare al meglio le contromisure legali idonee a scongiurare sanzioni o controlli”.

Pmi più esposte ai rischi informatici

Secondo un report dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, l’impatto economico della pandemia ha costretto le imprese italiane a fronteggiare le aumentate sfide di sicurezza con budget ridotti: il 19% ha diminuito gli investimenti in cybersecurity e solo il 40% li ha aumentati. Ma per il 54% l’emergenza è stata un’occasione positiva per investire in tecnologie, e aumentare la sensibilità dei dipendenti riguardo alla sicurezza e alla protezione dei dati. Eppure il 59% delle Pmi afferma che l’uso di device personali e reti domestiche ha esposto le aziende a maggiori rischi di sicurezza, e per il 49% sono aumentati gli attacchi informatici, riporta Askanews. Insomma, “quando le aziende affermano che al loro interno hanno già un legale – sottolinea Barbone -, non hanno ancora compreso che le competenze di quest’ultimo non bastano”. 

Il ruolo del PNRR

Ma ora c’è un elemento in più: il PNRR, che indica agli Stati membri di raccogliere categorie standardizzate di dati e informazioni, che consentano la prevenzione, l’individuazione e la repressione di gravi irregolarità, mediante un sistema di informazione e monitoraggio, estrazione di dati e valutazione del rischio reso disponibile dalla Commissione.
“Questo vuol dire – prosegue Barbone – che bisogna essere pronti a raccogliere la sfida e i relativi fondi messi a disposizione dall’Europa. Una sfida che per prima deve essere raccolta dalla Pubblica amministrazione, con i 623 milioni di euro messi a disposizione dal Piano. Soldi che serviranno a superare evidenti ritardi che l’Italia purtroppo lamenta”.

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Stare bene è una questione vitale

Da oltre due anni stiamo vivendo un periodo funestato da emergenze sanitarie, e di recente, anche belliche, che inevitabilmente hanno inciso e tuttora incidono sulla qualità della vita. Ma per poter vivere con pienezza e soddisfazione la propria vita, ‘stare bene’ è una questione vitale. La flessione dell’indicatore raccolto nello studio Benessere, elaborato dalla piattaforma Knowledge Building di Eumetra, misura l’andamento relativo la benessere e soddisfazione degli italiani: nelle rilevazioni degli ultimi due anni, a fronte di una porzione sostanzialmente residuale di popolazione che si dichiara ‘pienamente soddisfatta’ della propria vita, peraltro in ulteriore contrazione, aumenta quella che assegna un valore di soddisfazione alla propria vita appena sufficiente, o al di sotto della sufficienza.

Le dinamiche sociodemografiche di un crescente disagio

Questa rappresentazione conterrebbe già di per sé indicazioni allarmanti, soprattutto a fronte del prolungarsi e dell’aggravarsi delle emergenze esterne generate nel corso del 2022. Occorre tuttavia approfondire, dal momento che i dati richiedono di prestare attenzione anche alle dinamiche sociodemografiche interne a questo disagio crescente. In primo luogo, il fenomeno risulta colpire in misura più significativa la popolazione femminile, già in partenza meno soddisfatta di quella maschile, che pur in flessione, si stabilizza su valori più alti. In un’ipotesi di proiezione futura che pare probabile, ovvero qualora l’edizione 2022 dello studio confermi la tendenza in atto, sarà necessario fare alcune riflessioni di carattere sociale ed economico.

Più giovani e anziani segnalano un livello di soddisfazione maggiore

La fascia di popolazione che risulta particolarmente interessata da questo progressivo ‘affaticamento’, è quella di età tra i 35 e i 55 anni, che registra in assoluto i valori peggiori di soddisfazione per la propria vita. Proprio quella che idealmente dovrebbe corrispondere a individui dalla massima capacità produttiva, reddituale, e di spesa. Al contrario, i più giovani e i meno giovani, in questo momento complicato, attribuiscono alla loro vita un livello di soddisfazione maggiore rispetto a quello assegnato da chi si trova nel ‘cuore’ della propria vita. Pur attraversando per ragioni totalmente diverse stagioni della vita caratterizzate da un’elevata incertezza nel futuro (per i più giovani difficoltà relazionali, e per i più anziani, problemi di salute), mostrano più resilienza rispetto alla fascia centrale di età.

Una condizione esistenzialmente critica

Si tratta di segnali di disagio crescenti, e rispetto ai quali si possono certamente ipotizzare diverse determinanti per le quali, allo stesso tempo, non sembrano disponibili almeno nell’immediato risposte o soluzioni dirette. Ecco perché Eumetra ha iniziato a ragionare dell’importanza dello stare bene.
‘Sentire’ di disporre al massimo delle proprie risorse, mentali, fisiche, affettive, sociali, e lavorative, è condizione per vivere il presente e progettare il futuro liberamente, secondo le legittime aspirazioni e negli ambiti concessi dalle situazioni individuali. Una condizione che riguarda tutti e allo stesso tempo ognuno, secondo le proprie individualità, situazioni, reazioni soggettive al contesto, ed è condizione esistenzialmente critica. Si fa cioè più importante, ma più complicata, in epoche caratterizzate da continue emergenze.

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Economia

Telefonia: per Internet e voce gli italiani spendono 303 euro l’anno 

Secondo Facile.it la spesa media per chi oggi opta per una linea voce con connessione Internet ADSL o Fibra è pari a poco più di 303 euro l’anno. E se invece si intende rinunciare a Internet e si sceglie la sola linea voce con chiamate illimitate? In questo caso, secondo Facile.it, il prezzo è pari a 232 euro l’anno. Ma è possibile anche scegliere un unico operatore per la linea fissa e il cellulare.
“Negli ultimi anni è cresciuta l’offerta di promozioni che associano alla linea di casa anche quella mobile – ha spiegato Mario Rasimelli, Mangani Director Utilities di Facile.it -. Scegliendo un unico operatore per fisso e mobile è possibile in alcuni casi ridurre notevolmente l’importo della bolletta, e per la sola telefonia fissa, il costo può addirittura scendere al di sotto dei 200 euro l’anno”.

Telefono fisso: ancora nelle case di oltre 26,5 milioni di italiani 

Molti lo considerano un oggetto di altri tempi, eppure secondo l’indagine commissionata da Facile.it agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat, sono più di 26,5 milioni gli italiani che hanno ancora il telefono fisso in casa. Guardando all’uso che i nostri connazionali fanno del telefono fisso, l’indagine ha scoperto che oggi la sua funzione è almeno parzialmente, cambiata, o addirittura invertita rispetto a quella del telefono cellulare.

Un mezzo di comunicazione riservato a pochi intimi

“Chi continua a tenere in casa il fisso lo fa principalmente per ragioni di sicurezza in caso di emergenza (41%), o come mezzo di comunicazione riservato a pochi intimi (28%) – continua Rasimelli -. Insomma, un tempo i contatti stretti erano gli unici cui davamo il numero di cellulare, oggi sono i soli che possono raggiungerci anche quando il nostro smartphone è spento”.

Sono 17 milioni ad avere rinunciato a filo e cornetta

Analizzando le risposte su base socio-demografica emerge che il telefono fisso è presente in misura maggiore nelle case degli over 65 (78%) mentre, a livello territoriale, i più affezionati sono risultati essere i residenti al Sud e nelle Isole (64%). Cosa invece ha determinato la scelta di quei 17 milioni che hanno rinunciato a filo e cornetta? Nel 59% dei casi hanno scelto di eliminare il fisso per ragioni economiche, nel 45% per sostituirlo col cellulare, e nel 19% dei casi per non essere disturbati a casa dai call center.

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Economia

Pace o condizionatore? Gli italiani scelgono di… spegnere 

Oltre agli effetti della pandemia sull’economia italiana e mondiale, anche quelli della guerra in Ucraina hanno iniziato a ricadere pesantemente sugli italiani. Ma all’alternativa posta dal presidente del Consiglio, Mario Draghi, “Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?”, la maggior parte dei nostri connazionali non ha dubbi, e sembra disposta a spegnere il condizionatore. Più in particolare, alla domanda posta da Draghi, il 73% degli italiani che posseggono un condizionatore ha dichiarato infatti di essere disposto a spegnerlo per tutta la durata dell’estate, se questa scelta potrebbe aiutare il Paese a raggiungere l’indipendenza dal gas russo.
Aiutare l’Italia a raggiungere l’indipendenza energetica dalla Russia
Si tratta di uno dei dati emersi dall’indagine commissionata da Facile.it agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat, e realizzata su un campione rappresentativo della popolazione nazionale. Più in generale, l’indagine di Facile.it ha messo in evidenza che qualora il Governo lo richiedesse, il 56% degli intervistati sarebbe disposto a ridurre l’uso personale di energia elettrica e gas in casa propria. Questo, per aiutare l’Italia a raggiungere l’indipendenza energetica dalla Russia.

I più inclini a fare sacrifici sono gli over 65 e i più giovani

I più inclini a fare sacrifici, forse perché hanno già vissuto anni di austerity, sono risultati essere gli over 65, con il 60% di risposte positive, e i 55-64enni, con il 62%. Curiosamente, però, anche i giovani con età compresa tra i 18 e i 24 anni nel 59% dei casi hanno risposto positivamente, forse perché più attenti alle tematiche ambientali. Se quindi, da un lato, più di 21 milioni di cittadini italiani sono disposti a rinunciare al condizionatore, dall’altro 8 milioni hanno affermato di non essere disposti a fare questo genere di sacrificio.

Da quando è iniziato il conflitto in Ucraina si cerca di risparmiare sulle bollette

Ma qual è il motivo per il quale una quota di cittadini non è propensa a fare questo sacrificio? Secondo l’indagine di Facile.it, riporta Adnkronos, il 50% di chi ha dichiarato di essere contrario sostiene che “la scelta di staccarsi dal gas russo non dovrebbe gravare sulle famiglie”, mentre il 46% lo ritiene un sacrificio inutile. Qualcosa di concreto, in realtà, gli italiani sembrano averlo già fatto, tanto che 8 intervistati su 10 hanno dichiarato che da quando è iniziato il conflitto in Ucraina hanno cercato di consumare meno energia elettrica e gas, non fosse altro per risparmiare sulle bollette.
Questa, in particolare, la motivazione per il 67% degli intervistati.

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Economia

Cresce il ricorso al credito, ma migliora la sostenibilità finanziaria

Negli ultimi 6 anni gli italiani con almeno un contratto di finanziamento attivo sono aumentati in maniera graduale e costante, stimolati anche da condizioni di offerta e tassi appetibili, e da misure di politica monetaria e fiscale adottate a livello nazionale ed europeo particolarmente accomodanti per contrastare la crisi economico-finanziaria indotta dalla pandemia. Nonostante l’impatto del Covid-19, la sostenibilità finanziaria delle famiglie in questi anni è migliorata costantemente, come si evince non solo dagli indicatori relativi alla qualità del credito (il tasso di default è progressivamente sceso rispetto all’1,8% del 2016), ma anche dalla diminuzione della rata media rimborsata ogni mese (-12,5% dal 2016) e dall’esposizione residua per estinguere i finanziamenti in corso (-6,5% vs 2016).
Queste alcune evidenze emerse dalla Mappa del Credito, lo studio realizzato da Mister Credit-CRIF.

Nel 2021 +5,4% italiani con mutuo o prestiti

Di fatto, durante il 2021 la platea dei cittadini maggiorenni che risultano avere un mutuo o un prestito in corso è cresciuta del +5,4% rispetto al 2020, arrivando al 44,5% del totale. Questo, nonostante la tradizionale cautela degli italiani nel ricorrere al credito bancario per finanziare consumi o acquisto della casa. Si tratta di un trend di crescita iniziato nel 2016 e consolidato negli ultimi due anni, caratterizzati da condizioni di accesso al credito particolarmente favorevoli anche per finanziamenti di modesto importo.

Il tasso di default si attesta all’1,2%

Se da un lato aumenta il ricorso al credito, al contempo, però, è migliorata la sostenibilità finanziaria delle famiglie italiane, con il rischio di credito che nella rilevazione 2021 ha visto il tasso di default attestarsi all’1,2%, il livello più basso degli ultimi anni. A questo risultato hanno contribuito, oltre alle moratorie e agli strumenti di sostegno attivati per contenere gli impatti negativi della pandemia, anche l’atteggiamento responsabile delle famiglie e i tassi di interesse confermati dalla BCE ai minimi storici.

Rata media rimborsata -2,8%

Alla luce di questo, la rata media rimborsata a livello pro-capite ogni mese è scesa ancora, fino ad arrivare a 315 euro (-2,8% rispetto al 2020), mentre l’importo residuo che resta da rimborsare per estinguere i finanziamenti in corso si è attestato a 32.191 euro, in lieve flessione rispetto al 2020, malgrado il peso ancora rilevante dei mutui ipotecari, che continuano ad avere un’incidenza significativa nel portafoglio delle famiglie italiane.

Alcune incertezze per il futuro
“Nel corso dell’ultimo anno i flussi di credito erogato alle famiglie sono cresciuti in modo significativo per riportarsi sui livelli non troppo distanti da quelli pre-Covid – commenta Beatrice Rubini, Direttore della linea Mister Credit di CRIF -. Nel complesso la sostenibilità degli impegni finanziari da parte delle famiglie si è confermata elevata, ma per il prossimo futuro bisognerà valutare gli impatti derivanti dall’evoluzione della pandemia, dall’incertezza causata dal conflitto in Ucraina nonché dalla crescita dei costi dell’energia e delle materie prime oltre che dei tassi di interesse”.