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Economia

Italia, attrazione in crescita per gli investitori esteri

L’Italia piace agli stranieri, anche quando si tratta di investitori. Lo conferma l’EY Europe Attractiveness Survey 2022, ricerca annuale che analizza l’andamento degli investimenti diretti esteri in Europa e le percezioni dei player internazionali con l’obiettivo di indagare il livello di attrattività di ciascun Paese e individuare i principali driver d’investimento futuri.

I numeri degli investimenti

Nel corso del 2021, sono stati 207 i progetti di investimenti diretti esteri (Ide). Questo risultato segna una crescita annua dell’83%, dato superiore rispetto a quello registrato in tutti gli altri Paesi europei. Tuttavia, con una quota di mercato del 3,5% – in aumento rispetto al 2% del 2020 – l’Italia si posiziona ancora a distanza dai principali attrattori di Ide in Europa, ovvero Francia (21%), Regno Unito (17%) e Germania (14%). Ma quali sono i comparti più attrattivi? Per gli investimenti esteri in Italia nel 2021 sono stati il settore software e servizi IT (con il 15% degli Ide totali dell’anno), i trasporti e la logistica (14%) e i servizi B2B (12%). In crescita rispetto al 2020 soprattutto gli investimenti nel comparto agroalimentare e beni di consumo (+214% di numero di Ide) e macchinari e attrezzature (+233%). In calo l’attrattività del settore elettronica (-25% del numero di Ide rispetto al 2020) e telecomunicazioni (-57% del numero di Ide rispetto al 2020).

Dagli Usa il maggior interesse

Si conferma anche nel 2021 il trend dell’anno precedente che vede gli investimenti in Italia arrivare principalmente dagli Stati Uniti (28% del totale annuo), seguiti dalla Germania (17%), la cui relazione con il nostro Paese si rafforza superando la Francia (12%) e il Regno Unito (7%), anch’essi storici partner commerciali dell’Italia. Si registra invece una flessione del 50% rispetto al 2020 degli investimenti provenienti dalla Cina. Per quanto riguarda la distribuzione delle risorse sul territorio nazionale, si conferma una sostanziale disomogeneità, con una quota prevalente nel Nord-Ovest del Paese (54%) e nel Nord-Est (21%), che nel 2021 supera il Centro Italia, passato dal 24% dei progetti nel 2020 al 15% nell’ultimo anno. Positiva la crescita degli investimenti destinati al Meridione (dal 4% al 10%), nonostante rimanga ancora un consistente divario rispetto al resto del Paese. 
“L’Italia scala posizioni in termini di attrazione di investimenti esteri, posizionandosi nel 2021, per la prima volta dopo molto tempo, tra i primi 10 Paesi europei per numero di progetti di Ide. Dopo l’incremento degli investimenti registrato nel difficile anno della pandemia, il 2021 conferma il trend di crescita, con un segnale positivo di fiducia nelle prospettive di rafforzamento dell’economia italiana, legato anche al piano pluriennale di riforme perseguito dal Governo Draghi a partire da febbraio 2021. Rispetto alla dimensione e rilevanza dell’economia nazionale, la porzione degli investimenti diretti esteri destinati al nostro Paese può crescere ancora molto” ha detto Massimo Antonelli, ceo EY Italy e Chief Operating Officer EY Europe West.

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UE: raggiunto l’accordo sul caricabatterie universale Usb-C

Ogni anno vengono spediti in Europa mezzo miliardo di caricabatteria per dispositivi portatili, che generano dalle 11 alle 13mila tonnellate di rifiuti elettronici l’anno. Il Parlamento europeo e il Consiglio Ue hanno però raggiunto un accordo sul caricabatterie universale. In base alle nuove regole, dal 2024 si potrà utilizzare un unico caricabatterie per tutti i dispositivi elettronici portatili di piccole e medie dimensioni. L’ambiente ringrazia: la direttiva propone infatti un unico caricatore di forma Usb-C per telefoni cellulari, laptop, tablet, e-reader, cuffie in-ear, fotocamere digitali, cuffie e auricolari, console per videogiochi portatili e altoparlanti portatili ricaricabili tramite cavo cablato. Questi dispositivi dovranno essere dotati di una porta Usb di tipo C, indipendentemente dal loro produttore.

Un percorso lungo 10 anni

La direttiva, punto di arrivo di un percorso lungo 10 anni, secondo le stime dell’Ue aiuterà i consumatori a risparmiare fino a 250 milioni di euro all’anno sugli acquisti inutili di caricabatterie.
A oggi, infatti, i consumatori spendono circa 2,4 miliardi di euro l’anno per acquistare caricabatteria separati non compresi nell’acquisto dei dispositivi. Nel 2020 sono stati venduti negli Stati dell’Unione circa 420 milioni di cellulari e altri dispositivi elettronici portatili. I consumatori possiedono in media circa tre caricabatteria per telefoni cellulari, ma il 38% dichiara di aver incontrato difficoltà almeno una volta nel ricaricare il proprio telefono perché i caricabatteria disponibili erano incompatibili. 

Apple è l’unica ad adottare un sistema diverso

I tentativi di imporre un caricabatterie universale in tutto il territorio europeo risalgono al 2009, quando Apple, Samsung, Huawei e Nokia firmarono un accordo volontario per utilizzare uno standard comune. Ma questo approccio volontario non ha raggiunto gli obiettivi di sostenibilità ambientale e risparmio stabiliti inizialmente. Di fatto, l’USB-C è già uno standard condiviso nel panorama dei dispositivi mobili: tutti i principali produttori di smartphone hanno adottato la porta di nuova generazione da qualche anno. Apple è l’unica ad adottare un sistema diverso.
“Dal 2024 se Apple vorrà vendere i suoi dispositivi in Ue dovrà adottare il caricabatterie Usb-C – commenta il relatore del provvedimento al Parlamento europeo, Agius Saliba -. Su questo siamo stati molto chiari anche con loro, siamo stati a Cupertino e gliel’abbiamo detto”.

Verso lo standard Qi

La direttiva sul caricabatterie unico è solo il primo passo, e ha un orizzonte più ampio. Il legislatore europeo punta a ottenere “l’interoperabilità delle tecnologie di ricarica wireless entro il 2026 – chiarisce il relatore Alex Agius Saliba -. Stiamo anche ampliando la portata della proposta aggiungendo altri prodotti, come i computer portatili, che dovranno essere conformi alle nuove regole”. 
La ragione per cui si punta alla interoperabilità delle tecnologie di ricarica wireless è evidente, riferisce Agi: sono il futuro. Le aziende tecnologiche si stanno infatti già muovendo verso un sistema universale di ricarica dei dispositivi elettronici: lo standard Qi. Arrivare a questa data con una strategia comune, che vuol dire standard comuni, è uno degli obiettivi dei deputati alla Commissione.

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Economia

Salari: Italia fanalino di coda in Europa

Il clima è sempre più rovente attorno a Palazzo Chigi, e in attesa che il premier Mario Draghi convochi un tavolo con le parti sociali, i dati aiutano a capire la situazione dell’Italia, fanalino di coda in Europa per i salari più bassi e le retribuzioni dei dipendenti. I dati dell’Ocse sono sconcertanti: negli ultimi trent’anni l’Italia è l’unico paese in cui i salari annuali medi sono diminuiti, precisamente del 2,9%. Il paragone con i paesi europei segna una distanza enorme: in Germania i salari sono cresciuti del 33%, in Francia del 31%, in Belgio e in Austria del 25%, in Portogallo del 14% e in Spagna del 6%. Gli stati scandinavi registrano poi il +63% della Svezia, il +39 della Danimarca e il +32% della Finlandia.

Gli squilibri del mercato del lavoro colpiscono i giovani

Tra i più colpiti dagli squilibri del mercato del lavoro italiano ci sono sicuramente i giovani. Secondo Eurostat, la media annuale degli stipendi europei della fascia 18-24 anni è 16.825 euro, e in Italia è 15.858 euro. Peggio fa la Spagna (14.085 euro), ma Francia (19.482), Paesi Bassi (23.778), Germania (23.858) e Belgio (25.617) sono decisamente superiori. Quanto alla paga oraria complessiva dei lavoratori, gli italiani guadagnano in media 8 euro l’ora in meno rispetto a tedeschi e olandesi. E non è il costo del lavoro a penalizzare il nostro sistema: consultando i numeri del 2021 il costo medio orario del lavoro in Italia è di 29,3 euro, considerando salari, contributi e altre tasse, mentre in Germania è 37,2 euro, in Francia 37,9, in Olanda 38,3, e in Belgio 41,6 euro.

Cosa può fare il governo?

Al di là dell’aiuto da 200 euro nel cedolino di luglio per i redditi fino a 35mila euro e i bonus energetici già varati, il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ha ipotizzato di detassare i rinnovi, visto che il 40% dei lavoratori italiani ha il contratto scaduto. Una misura che potrebbe essere finanziata, ad esempio, con il prelievo una tantum proposto da Landini sui redditi alti, o alzando la tassa sugli extraprofitti delle società energetiche. I sindacati avevano messo sul tavolo l’idea di tassare tutte le tranche di salario legate ai rinnovi contrattuale con un’aliquota al 10%, anziché al 33%.

In Italia lavora solo il 58,2% della popolazione in età di lavoro

Secondo i dati Eurostat, infatti, in Italia lavora soltanto il 58,2% della popolazione in età di lavoro, contro una media europea del 68,4%, riporta Agenzia Dire.
Per il ministro della PA Renato Brunetta e il giuslavorista Michele Tiraboschi “la via maestra sui salari resta quella della contrattazione collettiva, dentro, però, un percorso di reale riforma degli assetti contrattuali e delle dinamiche retributive coerente con le recenti nuove trasformazioni del lavoro. In questo contesto si giustificano anche le misure di incentivazione della contrattazione di produttività e del welfare aziendale, che tuttavia possono e debbono essere rivisitate in termini di maggiore effettività”.

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Online

L’impatto del Metaverso sulla vita delle persone: cosa succederà?

Metaverso, Realtà Aumentata, Realtà Virtuale: sono tutti termini riferiti alla tecnologia ma che entrano sempre di più nella nostra vita quotidiana. E, specie negli ultimi mesi, si è parlato moltissimo di queste evoluzioni, in particolare del Metaverso. Ma quanto ne sanno gli italiani, e anche i cittadini di tutto il mondo, in merito a questa trasformazione? Per capirlo,Ipsos, in collaborazione con il World Economic Forum, ha condotto una nuova indagine sondando l’opinione dei cittadini in 29 Paesi del mondo -tra cui l’Italia- con l’obiettivo di comprendere il grado di conoscenza di questi concetti, il livello di entusiasmo per le nuove tecnologie e l’impatto che queste possano avere nella vita delle persone nel prossimo decennio.

Cosa cambierà nella vita quotidiana?

Tra le varie analisi, è particolarmente interessante quella riferita al Metaverso e all’impatto che questo avrà nella vita di tutti i giorni. Nonostante le differenze significative in termini di familiarità ed entusiasmo, l’opinione pubblica internazionale prevede ampiamente che vari tipi di applicazioni che utilizzano il Metaverso e la realtà estesa cambieranno in modo significativo la vita delle persone nel prossimo decennio. In particolar modo, gli italiani concordano sul fatto che -nel corso dei prossimi dieci anni- lo sviluppo delle seguenti app, che si basano sull’utilizzo delle nuove tecnologie, cambierà totalmente il modo in cui le persone vivono: 60% – Apprendimento virtuale (corsi, frequentare la scuola…); 56% – Risorse digitali per la salute (consulenze, consultazioni virtuali, chirurgia a distanza…); 55% – Intrattenimento digitale nella realtà virtuale (film, concerti…); 54% – Ambienti di lavoro virtuali (collaborazione virtuale, networking…); 49% Giochi virtuali (giochi di realtà aumentata, strumenti multiplayer…) e socializzazione virtuale (chat con amici/familiari, appuntamenti, incontri…); 43% Viaggi e turismo virtuali (replicare il mondo reale…); 38% Scambio di beni digitali (NFT, oggetti da collezione, criptovalute…). 

Fiducia nel futuro

Le aspettative sull’impatto delle applicazioni che si basano sul Metaverso variano anche in base al Paese e alle caratteristiche demografiche. In generale, circa la metà degli intervistati dichiara di conoscere il Metaverso (52%) e di provare sentimenti positivi nei confronti dell’utilizzo della realtà estesa nella vita quotidiana (50%). Per quanto riguarda il Metaverso, le differenze – anche quelle fra paese e paese – non sono così nette, il che suggerisce che – a prescindere dal fatto che lo si attenda o meno-  la maggior parte delle persone si aspetta che la propria vita venga profondamente influenzata dalle nuove tecnologie nei prossimi anni.

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Economia

Imprese: servono 350mila Cybersecurity manager

L’esigenza di figure professionali con un profilo legato alla gestione della sicurezza è sentita da tutte le organizzazioni, private e pubbliche. E il Cybersecurity manager, figura professionale che ha il compito di proteggere l’impresa dagli attacchi informatici, oggi è un profilo più che mai necessario, e dal grande futuro occupazionale. Ma secondo una ricerca, il 24% del nostro sistema produttivo ha difficoltà nel trovare questa competenza, ed entro quest’anno mancheranno 350mila professionisti. 
“Non è allora un caso – spiega Ernesto Barbone, legale specializzato nella sicurezza informatica – che l’Università statale di Milano, nella sua facoltà di Giurisprudenza, ha dato vita a un master in Cybersecurity. Gli spazi sono enormi e vanno riempiti assolutamente”.

Unire competenze di compliance normativo all’implementazione di misure di sicurezza

Il Cybersecurity manager unisce le competenze di compliance normativo (regolamento europeo protezione dati personali, diritto del lavoro, diritto commerciale e diritto penale) all’implementazione di misure di sicurezza idonee ad abbassare il rischio di possibili reati/incidenti all’interno della struttura.
“Si tratta di un elemento fondamentale, che permette di avere una visione legale sull’adeguamento tecnologico dell’azienda per far sì che la stessa non si veda danneggiata nella tenuta dei dati aziendali e nelle ripercussioni di bad reputation – continua Barbone -. La particolare conoscenza dei sistemi informativi dal punto di vista tecnico permettono di inquadrare lo scenario normativo a cui l’azienda va incontro, permettendo di implementare al meglio le contromisure legali idonee a scongiurare sanzioni o controlli”.

Pmi più esposte ai rischi informatici

Secondo un report dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, l’impatto economico della pandemia ha costretto le imprese italiane a fronteggiare le aumentate sfide di sicurezza con budget ridotti: il 19% ha diminuito gli investimenti in cybersecurity e solo il 40% li ha aumentati. Ma per il 54% l’emergenza è stata un’occasione positiva per investire in tecnologie, e aumentare la sensibilità dei dipendenti riguardo alla sicurezza e alla protezione dei dati. Eppure il 59% delle Pmi afferma che l’uso di device personali e reti domestiche ha esposto le aziende a maggiori rischi di sicurezza, e per il 49% sono aumentati gli attacchi informatici, riporta Askanews. Insomma, “quando le aziende affermano che al loro interno hanno già un legale – sottolinea Barbone -, non hanno ancora compreso che le competenze di quest’ultimo non bastano”. 

Il ruolo del PNRR

Ma ora c’è un elemento in più: il PNRR, che indica agli Stati membri di raccogliere categorie standardizzate di dati e informazioni, che consentano la prevenzione, l’individuazione e la repressione di gravi irregolarità, mediante un sistema di informazione e monitoraggio, estrazione di dati e valutazione del rischio reso disponibile dalla Commissione.
“Questo vuol dire – prosegue Barbone – che bisogna essere pronti a raccogliere la sfida e i relativi fondi messi a disposizione dall’Europa. Una sfida che per prima deve essere raccolta dalla Pubblica amministrazione, con i 623 milioni di euro messi a disposizione dal Piano. Soldi che serviranno a superare evidenti ritardi che l’Italia purtroppo lamenta”.

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Stare bene è una questione vitale

Da oltre due anni stiamo vivendo un periodo funestato da emergenze sanitarie, e di recente, anche belliche, che inevitabilmente hanno inciso e tuttora incidono sulla qualità della vita. Ma per poter vivere con pienezza e soddisfazione la propria vita, ‘stare bene’ è una questione vitale. La flessione dell’indicatore raccolto nello studio Benessere, elaborato dalla piattaforma Knowledge Building di Eumetra, misura l’andamento relativo la benessere e soddisfazione degli italiani: nelle rilevazioni degli ultimi due anni, a fronte di una porzione sostanzialmente residuale di popolazione che si dichiara ‘pienamente soddisfatta’ della propria vita, peraltro in ulteriore contrazione, aumenta quella che assegna un valore di soddisfazione alla propria vita appena sufficiente, o al di sotto della sufficienza.

Le dinamiche sociodemografiche di un crescente disagio

Questa rappresentazione conterrebbe già di per sé indicazioni allarmanti, soprattutto a fronte del prolungarsi e dell’aggravarsi delle emergenze esterne generate nel corso del 2022. Occorre tuttavia approfondire, dal momento che i dati richiedono di prestare attenzione anche alle dinamiche sociodemografiche interne a questo disagio crescente. In primo luogo, il fenomeno risulta colpire in misura più significativa la popolazione femminile, già in partenza meno soddisfatta di quella maschile, che pur in flessione, si stabilizza su valori più alti. In un’ipotesi di proiezione futura che pare probabile, ovvero qualora l’edizione 2022 dello studio confermi la tendenza in atto, sarà necessario fare alcune riflessioni di carattere sociale ed economico.

Più giovani e anziani segnalano un livello di soddisfazione maggiore

La fascia di popolazione che risulta particolarmente interessata da questo progressivo ‘affaticamento’, è quella di età tra i 35 e i 55 anni, che registra in assoluto i valori peggiori di soddisfazione per la propria vita. Proprio quella che idealmente dovrebbe corrispondere a individui dalla massima capacità produttiva, reddituale, e di spesa. Al contrario, i più giovani e i meno giovani, in questo momento complicato, attribuiscono alla loro vita un livello di soddisfazione maggiore rispetto a quello assegnato da chi si trova nel ‘cuore’ della propria vita. Pur attraversando per ragioni totalmente diverse stagioni della vita caratterizzate da un’elevata incertezza nel futuro (per i più giovani difficoltà relazionali, e per i più anziani, problemi di salute), mostrano più resilienza rispetto alla fascia centrale di età.

Una condizione esistenzialmente critica

Si tratta di segnali di disagio crescenti, e rispetto ai quali si possono certamente ipotizzare diverse determinanti per le quali, allo stesso tempo, non sembrano disponibili almeno nell’immediato risposte o soluzioni dirette. Ecco perché Eumetra ha iniziato a ragionare dell’importanza dello stare bene.
‘Sentire’ di disporre al massimo delle proprie risorse, mentali, fisiche, affettive, sociali, e lavorative, è condizione per vivere il presente e progettare il futuro liberamente, secondo le legittime aspirazioni e negli ambiti concessi dalle situazioni individuali. Una condizione che riguarda tutti e allo stesso tempo ognuno, secondo le proprie individualità, situazioni, reazioni soggettive al contesto, ed è condizione esistenzialmente critica. Si fa cioè più importante, ma più complicata, in epoche caratterizzate da continue emergenze.

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Economia

Telefonia: per Internet e voce gli italiani spendono 303 euro l’anno 

Secondo Facile.it la spesa media per chi oggi opta per una linea voce con connessione Internet ADSL o Fibra è pari a poco più di 303 euro l’anno. E se invece si intende rinunciare a Internet e si sceglie la sola linea voce con chiamate illimitate? In questo caso, secondo Facile.it, il prezzo è pari a 232 euro l’anno. Ma è possibile anche scegliere un unico operatore per la linea fissa e il cellulare.
“Negli ultimi anni è cresciuta l’offerta di promozioni che associano alla linea di casa anche quella mobile – ha spiegato Mario Rasimelli, Mangani Director Utilities di Facile.it -. Scegliendo un unico operatore per fisso e mobile è possibile in alcuni casi ridurre notevolmente l’importo della bolletta, e per la sola telefonia fissa, il costo può addirittura scendere al di sotto dei 200 euro l’anno”.

Telefono fisso: ancora nelle case di oltre 26,5 milioni di italiani 

Molti lo considerano un oggetto di altri tempi, eppure secondo l’indagine commissionata da Facile.it agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat, sono più di 26,5 milioni gli italiani che hanno ancora il telefono fisso in casa. Guardando all’uso che i nostri connazionali fanno del telefono fisso, l’indagine ha scoperto che oggi la sua funzione è almeno parzialmente, cambiata, o addirittura invertita rispetto a quella del telefono cellulare.

Un mezzo di comunicazione riservato a pochi intimi

“Chi continua a tenere in casa il fisso lo fa principalmente per ragioni di sicurezza in caso di emergenza (41%), o come mezzo di comunicazione riservato a pochi intimi (28%) – continua Rasimelli -. Insomma, un tempo i contatti stretti erano gli unici cui davamo il numero di cellulare, oggi sono i soli che possono raggiungerci anche quando il nostro smartphone è spento”.

Sono 17 milioni ad avere rinunciato a filo e cornetta

Analizzando le risposte su base socio-demografica emerge che il telefono fisso è presente in misura maggiore nelle case degli over 65 (78%) mentre, a livello territoriale, i più affezionati sono risultati essere i residenti al Sud e nelle Isole (64%). Cosa invece ha determinato la scelta di quei 17 milioni che hanno rinunciato a filo e cornetta? Nel 59% dei casi hanno scelto di eliminare il fisso per ragioni economiche, nel 45% per sostituirlo col cellulare, e nel 19% dei casi per non essere disturbati a casa dai call center.

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Suggerimenti e partner

Come risparmiare il gas e far lavorare meno la caldaia?

Soprattutto in un momento come questo in cui i prezzi del gas, così come quelli dell’elettricità, vanno continuamente al rialzo, riuscire a risparmiare sul gas e dunque usare in maniera intelligente la caldaia diventa importante.

Ci sono per questo alcuni accorgimenti che possiamo adottare per riuscire a limitare i consumi di gas. Vediamo di seguito quali.

Chiudere il rubinetto quando laviamo i denti

Chiudere il rubinetto dell’acqua calda quando laviamo i denti è una buona abitudine, sia perché consente di risparmiare del gas che perché consente di non sprecare dell’acqua.

Infatti, nel momento esatto in cui stiamo lavando i denti non abbiamo bisogno dell’acqua e per questo tenere aperto il rubinetto dell’acqua calda è inutile.

Meglio per questo chiuderlo e aprirlo nuovamente soltanto nel momento in cui vogliamo effettuare il risciacquo.

Non accendere i termosifoni se non necessario

Sebbene ci siano dei momenti della giornata in cui è possibile avvertiamo del freddo, non sempre è necessario accendere i termosifoni.

Sicuramente la sera è il momento in cui calano le temperature e avvertiamo maggiormente il bisogno di usufruire del riscaldamento.

D’altro canto, nel resto della giornata non sempre è necessario accendere i termosifoni, anche se avvertiamo un brivido di freddo. Al contrario, in questi casi probabilmente è già sufficiente indossare una felpa o un maglione per non avvertire più la sensazione di freddo e stare bene.

Ciò ci consentirà di stare bene ugualmente senza per questo dover ricorrere all’utilizzo dei termosifoni, il che si traduce in un notevole risparmio considerando le tante ore di utilizzo della caldaia che in realtà non avremo effettuato.

Chiudere le finestre quando i termosifoni sono accesi

Una brutta abitudine di tante persone è quella di dimenticare o tenere appositamente una finestra di casa aperta quando i termosifoni sono accesi. In questo caso creiamo una dispersione di calore in quanto l’aria fredda entrerà facilmente in casa, vanificando il lavoro dei termosifoni.

Dunque per questo motivo saremmo costretti a tenerli accesi molto più tempo prima di riuscire ad ottenere una temperatura accettabile in casa.

È molto meglio invece tenere tutte le finestre chiuse quando i termosifoni sono accesi, così da riscaldare rapidamente l’intero appartamento e avere l’opportunità di spegnerli prima mantenendo una temperatura gradevole in ogni stanza.

È bene in proposito ricordare che installare degli infissi di buona qualità consente di eliminare ogni tipo di dispersione di calore e contribuire notevolmente a migliorare la temperatura interna dell’appartamento.

Fai effettuare la manutenzione ordinaria

Con il passare del tempo gli ugelli della caldaia possono otturarsi, ed in genere diverse parti che la compongono necessitano di essere pulite o sostituite.

Senza un’efficace manutenzione del tuo impianto molto probabilmente andrai incontro ad un calo di efficienza e dunque consumi maggiori.

Grazie ad un controllo periodico effettuato da un professionista invece, sarà possibile andare ad individuare eventuali anomalie o sporcizie da rimuovere, così da evitare sprechi di gas e qualsiasi tipo di dispersione.

La semplice operazione di pulizia della caldaia è in realtà importantissima per migliorare la sua efficienza, così come la durata nel tempo. In questa maniera la tua caldaia lavorerà meglio riducendo i consumi ed offrendo al tempo stesso maggior sicurezza tutti i componenti della famiglia.

Se, nonostante questi accorgimenti non riesci a diminuire i consumi di gas, è possibile che la tua caldaia sia alquanto obsoleta. I modelli più moderni consentono invece di ottenere un discreto risparmio energetico, vantaggio offerto soprattutto dalle famose caldaie a condensazione.

In questo caso è meglio pensare ad effettuare la sostituzione caldaia così da riuscire finalmente ad ottenere il risparmio di gas desiderato.

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Economia

Pace o condizionatore? Gli italiani scelgono di… spegnere 

Oltre agli effetti della pandemia sull’economia italiana e mondiale, anche quelli della guerra in Ucraina hanno iniziato a ricadere pesantemente sugli italiani. Ma all’alternativa posta dal presidente del Consiglio, Mario Draghi, “Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?”, la maggior parte dei nostri connazionali non ha dubbi, e sembra disposta a spegnere il condizionatore. Più in particolare, alla domanda posta da Draghi, il 73% degli italiani che posseggono un condizionatore ha dichiarato infatti di essere disposto a spegnerlo per tutta la durata dell’estate, se questa scelta potrebbe aiutare il Paese a raggiungere l’indipendenza dal gas russo.
Aiutare l’Italia a raggiungere l’indipendenza energetica dalla Russia
Si tratta di uno dei dati emersi dall’indagine commissionata da Facile.it agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat, e realizzata su un campione rappresentativo della popolazione nazionale. Più in generale, l’indagine di Facile.it ha messo in evidenza che qualora il Governo lo richiedesse, il 56% degli intervistati sarebbe disposto a ridurre l’uso personale di energia elettrica e gas in casa propria. Questo, per aiutare l’Italia a raggiungere l’indipendenza energetica dalla Russia.

I più inclini a fare sacrifici sono gli over 65 e i più giovani

I più inclini a fare sacrifici, forse perché hanno già vissuto anni di austerity, sono risultati essere gli over 65, con il 60% di risposte positive, e i 55-64enni, con il 62%. Curiosamente, però, anche i giovani con età compresa tra i 18 e i 24 anni nel 59% dei casi hanno risposto positivamente, forse perché più attenti alle tematiche ambientali. Se quindi, da un lato, più di 21 milioni di cittadini italiani sono disposti a rinunciare al condizionatore, dall’altro 8 milioni hanno affermato di non essere disposti a fare questo genere di sacrificio.

Da quando è iniziato il conflitto in Ucraina si cerca di risparmiare sulle bollette

Ma qual è il motivo per il quale una quota di cittadini non è propensa a fare questo sacrificio? Secondo l’indagine di Facile.it, riporta Adnkronos, il 50% di chi ha dichiarato di essere contrario sostiene che “la scelta di staccarsi dal gas russo non dovrebbe gravare sulle famiglie”, mentre il 46% lo ritiene un sacrificio inutile. Qualcosa di concreto, in realtà, gli italiani sembrano averlo già fatto, tanto che 8 intervistati su 10 hanno dichiarato che da quando è iniziato il conflitto in Ucraina hanno cercato di consumare meno energia elettrica e gas, non fosse altro per risparmiare sulle bollette.
Questa, in particolare, la motivazione per il 67% degli intervistati.

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Economia

Cresce il ricorso al credito, ma migliora la sostenibilità finanziaria

Negli ultimi 6 anni gli italiani con almeno un contratto di finanziamento attivo sono aumentati in maniera graduale e costante, stimolati anche da condizioni di offerta e tassi appetibili, e da misure di politica monetaria e fiscale adottate a livello nazionale ed europeo particolarmente accomodanti per contrastare la crisi economico-finanziaria indotta dalla pandemia. Nonostante l’impatto del Covid-19, la sostenibilità finanziaria delle famiglie in questi anni è migliorata costantemente, come si evince non solo dagli indicatori relativi alla qualità del credito (il tasso di default è progressivamente sceso rispetto all’1,8% del 2016), ma anche dalla diminuzione della rata media rimborsata ogni mese (-12,5% dal 2016) e dall’esposizione residua per estinguere i finanziamenti in corso (-6,5% vs 2016).
Queste alcune evidenze emerse dalla Mappa del Credito, lo studio realizzato da Mister Credit-CRIF.

Nel 2021 +5,4% italiani con mutuo o prestiti

Di fatto, durante il 2021 la platea dei cittadini maggiorenni che risultano avere un mutuo o un prestito in corso è cresciuta del +5,4% rispetto al 2020, arrivando al 44,5% del totale. Questo, nonostante la tradizionale cautela degli italiani nel ricorrere al credito bancario per finanziare consumi o acquisto della casa. Si tratta di un trend di crescita iniziato nel 2016 e consolidato negli ultimi due anni, caratterizzati da condizioni di accesso al credito particolarmente favorevoli anche per finanziamenti di modesto importo.

Il tasso di default si attesta all’1,2%

Se da un lato aumenta il ricorso al credito, al contempo, però, è migliorata la sostenibilità finanziaria delle famiglie italiane, con il rischio di credito che nella rilevazione 2021 ha visto il tasso di default attestarsi all’1,2%, il livello più basso degli ultimi anni. A questo risultato hanno contribuito, oltre alle moratorie e agli strumenti di sostegno attivati per contenere gli impatti negativi della pandemia, anche l’atteggiamento responsabile delle famiglie e i tassi di interesse confermati dalla BCE ai minimi storici.

Rata media rimborsata -2,8%

Alla luce di questo, la rata media rimborsata a livello pro-capite ogni mese è scesa ancora, fino ad arrivare a 315 euro (-2,8% rispetto al 2020), mentre l’importo residuo che resta da rimborsare per estinguere i finanziamenti in corso si è attestato a 32.191 euro, in lieve flessione rispetto al 2020, malgrado il peso ancora rilevante dei mutui ipotecari, che continuano ad avere un’incidenza significativa nel portafoglio delle famiglie italiane.

Alcune incertezze per il futuro
“Nel corso dell’ultimo anno i flussi di credito erogato alle famiglie sono cresciuti in modo significativo per riportarsi sui livelli non troppo distanti da quelli pre-Covid – commenta Beatrice Rubini, Direttore della linea Mister Credit di CRIF -. Nel complesso la sostenibilità degli impegni finanziari da parte delle famiglie si è confermata elevata, ma per il prossimo futuro bisognerà valutare gli impatti derivanti dall’evoluzione della pandemia, dall’incertezza causata dal conflitto in Ucraina nonché dalla crescita dei costi dell’energia e delle materie prime oltre che dei tassi di interesse”.