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Suggerimenti e partner

Come avere più clienti nel mio centro specializzato?

Certamente quello di avere una clientela più numerosa e assidua è una priorità per tantissime attività commerciali.

Tra queste, anche i centri specializzati in osteopatia e benessere. Si tratta di strutture in cui si recano pazienti che hanno necessità di risolvere problemi piccoli e grandi che solitamente riguardano il sistema muscolo-scheletrico, sciatalgie, lombalgie e dolori articolari o muscolari in genere.

Soprattutto in un momento delicato come quello che stiamo vivendo, riuscire ad aumentare la clientela e dunque avere più pazienti può essere di fondamentale importanza.

Per questo motivo, è bene chiedersi cosa sia possibile fare per riuscire a migliorare il proprio volume d’affari e dunque il fatturato.

Ecco di seguito alcuni consigli che possono certamente tornare utili.

Avvia una campagna pubblicitaria

La prima cosa che potresti fare per avere più clienti nel tuo centro specializzato è quella di avviare una campagna pubblicitaria.

Potresti pensare a tal proposito di creare degli annunci sponsorizzati su social network quali Facebook ed Instagram, su tutti. Potresti sfruttare anche Google Ads, così come pubblicità a livello locale ad esempio su piccole emittenti radio o direttamente cartellonistica su strada.

Migliora la qualità del servizio erogato

Offrire un servizio di alto livello è il meccanismo che più degli altri spinge i pazienti a tornare e ad innescare un passaparola positivo nei tuoi confronti.

Per questo motivo devi cercare di essere sempre aggiornato sulle nuove tecniche di manipolazione ed eventualmente acquisire nuove informazioni e tipi di trattamento.

Potresti per questo pensare di seguire un buon corso terapia manuale, che ti permetterebbe di innalzare notevolmente la qualità dei servizi che offri al pubblico e dunque trovare nuovi clienti.

Invita gli utenti a lasciarti una recensione

Le recensioni sono il motore degli acquisti. Gli utenti leggono sempre le recensioni di un’attività commerciale prima di prendere una qualsiasi decisione di acquisto. Per questo motivo, invita tutti i clienti che entrano all’interno del tuo centro estetico a lasciarti una recensione, se soddisfatti. In questa maniera vedrai incrementare rapidamente il numero di recensioni e dunque aumenteranno notevolmente le possibilità che gli utenti decidano di scegliere proprio il tuo centro estetico.

Fai dei tutorial su YouTube

La gente adora seguire dei tutorial su YouTube. Potresti pensare per questo di aprire un nuovo canale e fare quei dei piccoli tutorial che possano aiutare le persone a risolvere autonomamente determinati problemi che riguardano il proprio corpo, o quantomeno mitigarli.

In questa maniera avranno di te la percezione di un professionista del quale potersi fidare e potrebbero decidere per questo di preferire la tua struttura ad altre. Dunque, dietro alla diffusione di consigli apparentemente gratuiti per la salute, si cela la possibilità di incrementare i tuoi guadagni.

Crea una Fidelity Card

Gli utenti amano le Fidelity card e la possibilità di ricevere trattamenti gratuiti o sconti al raggiungimento di una determinata soglia.

Offri per questo gratuitamente a tutti i tuoi clienti una tessera che consenta di memorizzare i loro accessi in struttura e di ottenere benefici al raggiungimento di una determinata soglia.

Vedrai che gli utenti saranno ancora più invogliati a preferire il tuo centro specializzato, spinti dal desiderio di raggiungere il bonus.

Fai una promozione speciale

Se vuoi aumentare il numero di clienti che ogni giorno varcano la soglia del tuo centro estetico, una buona idea sarebbe quella di avviare una promozione speciale. Potresti ad esempio offrire un forte sconto sui trattamenti più famosi, con l’obiettivo di “raggiungere” e dunque far conoscere la tua attività anche a tutte quelle persone che non ti conoscono ancora.

Metti in pratica il maggior numero possibile dei consigli riportati in questo articolo e vedrai certamente che nell’arco di poche settimane il numero dei clienti del tuo centro specializzato aumenterà.

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Mai così tanto da dieci anni: quanto suolo viene consumato in Italia?

I numeri fanno decisamente effetto: si parla di una media di 19 ettari al giorno e una velocità che supera i 2 metri quadrati al secondo. Sono i datti riferiti al consumo di suolo del nostro Paese, fotografati dal Rapporto Snpa 2022 che, insieme alla cartografia satellitare di tutto il territorio e alle banche dati disponibili per ogni comune italiano, fornisce il quadro aggiornato dei processi di trasformazione della copertura del suolo a livello nazionale, comunale e provinciale. Le cifre si riferiscono al 2021 e mostrano una decisa crescita della copertura. Il fenomeno, e non sorprende, riguarda principalmente le regioni più organizzate, come Lombardia e Lazio, mentre la città maggiormente attiva nel consumo di suolo è Roma.

Un danno economico stimato in 8 miliardi di euro l’anno

Con una media di 19 ettari al giorno, il valore più alto negli ultimi dieci anni, e una velocità che supera i 2 metri quadrati al secondo, il consumo di suolo torna a crescere e nel 2021 sfiora i 70 km2 di nuove coperture artificiali in un solo anno. Il cemento ricopre ormai 21.500 km2 di suolo nazionale, dei quali 5.400, un territorio grande quanto la Liguria, riguardano i soli edifici che rappresentano il 25% dell’intero suolo consumato. Tra il 2006 e il 2021 il Belpaese ha perso 1.153 km2 di suolo naturale o seminaturale, con una media di 77 km2 all’anno, a causa principalmente dell’espansione urbana e delle sue trasformazioni collaterali che, rendendo il suolo impermeabile, oltre all’aumento degli allagamenti e delle ondate di calore, provoca la perdita di aree verdi, di biodiversità e dei servizi ecosistemici, con un danno economico stimato in quasi 8 miliardi di euro l’anno.

Promosse e bocciate fra regioni e città

Nel nostro Paese non c’è un consumo di suolo omogeneo, dato che ci sono caratteristiche molto diverse da Nord a Sud. Dal rapporto si scopre che a livello regionale la Valle d’Aosta è la regione con il consumo inferiore, ma aggiunge comunque più di 10 ettari alla sua superficie consumata, la Liguria è riuscita a contenere il nuovo consumo di suolo al di sotto dei 50 ettari, mentre Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Molise, Basilicata e Calabria si mantengono sotto i 100 ettari. Gli incrementi maggiori sono avvenuti in Lombardia (con 883 ettari in più), Veneto (+684 ettari), Emilia-Romagna (+658), Piemonte (+630) e Puglia (+499). I valori percentuali più elevati si collocano anche quest’anno in Lombardia (12,12%), Veneto (11,90%) e Campania (10,49%). Tra i comuni, Roma conferma la tendenza dell’ultimo periodo e anche quest’anno consuma più suolo di tutte le altre città italiane: in 12 mesi la Capitale perde altri 95 ettari di suolo. Inoltre, Venezia (+24 ettari relativi alla terraferma), Milano (+19), Napoli (+18), Perugia (+13), e L’Aquila (+12) sono i comuni capoluogo di regione con i maggiori aumenti.

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Una sfida tra Intelligenza artificiale e intelligenza umana

L’Intelligenza artificiale ha sfidato l’intelligenza umana: il 19 luglio, durante l’AI Forum, l’evento italiano sull’intelligenza artificiale per le imprese, nell’ambito della conferenza internazionale di Padova IEEE WCCI 2022 (World Congress On Computational Intelligence), si è svolta la competizione Artificial Intelligence vs Human: Can you compete with WebCrow? In pratica, una ‘macchina’ ha sfidato esperti e appassionati di parole crociate in una gara a tempo in italiano e inglese. Ma chi ha vinto? È riuscita l’intelligenza artificiale a risolvere cruciverba, naturalmente inediti, dimostrando di capire frasi fatte, giochi di parole, ed espressioni ambigue?
“Possono le macchine risolvere cruciverba come noi? – commenta Marco Gori, dell’Università di Siena e uno degli ideatori di WebCrow, il software di AI in grado di risolvere i cruciverba -. Come fanno a incrociare le definizioni, rispondere a ‘musicista del settecento che ha concepito i canoni’ oppure a ‘nome di donna’? E ancora: come possono cogliere i trucchi, le sfumature linguistiche, l’umorismo?”.

Un mutuo rinforzo delle capacità cognitive

Sviluppato dall’Università di Siena in partnership con expert.ai e AIxIA, WebCrow 2.0 è il primo risolutore di cruciverba multilingue basato sull’AI. Durante l’evento ’Webcrow 2.0 – AI vs. Human’, si è discusso anche dell’evoluzione di Webcrow verso la creazione di cruciverba in un contesto di rete sociale, “in cui umani e agenti software generano cruciverba per altri che li risolvono – aggiunge Gori -, con la prospettiva di sperimentare il mutuo rinforzo delle capacità cognitive degli agenti software”.

“Abbiamo insegnato alla macchina a capire il significato delle parole”

“La risoluzione automatica dei cruciverba, che può apparire come una sfida curiosa per chiunque sia appassionato di enigmistica, è un ambito di applicazione estremamente stimolante per chi si occupa di software e tecnologie linguistiche – spiega Marco Varone, Chief Technology Officer di expert.ai, partner del progetto e azienda nel mercato dell’AI con tecnologia proprietaria completamente Made in Italy -. Abbiamo insegnato alla macchina a capire il significato delle parole e delle frasi. È infatti il nostro mestiere aiutare le organizzazioni a dare un senso all’immenso patrimonio informativo a disposizione per migliorare qualsiasi attività o processo di business fondato sulla gestione della conoscenza”.

Un ulteriore passo nella direzione ella collaborazione tra esseri umani e AI

“Quella che può sembrare solo una competizione tra AI ed esseri umani nasconde in realtà una sfida ancora più avvincente, legata al rendere gli agenti intelligenti artificiali in grado di comprendere e interagire in maniera più naturale e profonda con aspetti fondamentali dell’esperienza umana – sottolinea Davide Bacciu, Professore Associato dell’Università di Pisa e Vice Presidente di AIxIA Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale) -. In questo senso, la sfida di WebCrow è un ulteriore passo nella direzione dell’integrazione e della collaborazione positiva tra esseri umani e AI”. 

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Statistiche

Città sostenibili: a che punto sono i capoluoghi italiani?

Le città italiane diventano sempre più resilienti e green, ma a che punto siamo? La mobilità oggi è più sostenibile, con chilometri di piste ciclabili cittadine che raggiungono valori record a Torino, Milano e Bolzano, ma anche lo stile di vita è più attento all’ambiente, con l’aumento degli orti urbani, in particolare a Napoli dove, dal 2011 al 2019, crescono del 1230%, da meno di un ettaro a circa 12.
Significativi progressi si registrano nel cambio di mentalità sul concetto di rifiuto, che da scarto è sempre di più concepito come una risorsa. Tra tutti i capoluoghi è Trento a raggiungere la percentuale più alta di raccolta differenziata, ma gli aumenti più importanti nel periodo 2015-2019 si registrano a Catanzaro (+577,1%), Potenza (+214,7%) e Palermo, che pur rimanendo ancora su valori al di sotto del 20% (17,4%), segna un aumento di circa il 115%.

Vivibilità, circolarità e resilienza ai cambiamenti climatici

Sono queste le tendenze descritte nel Rapporto SNPA Città in transizione: i capoluoghi italiani verso la sostenibilità ambientale, che per la prima volta presenta una lettura dei trend ambientali delle 20 città capoluogo, oltre a Bolzano, nell’arco temporale di 5 anni. Le chiavi di lettura utilizzate dal Rapporto sono tre: vivibilità, circolarità e resilienza ai cambiamenti climatici, e fotografano la transizione dei capoluoghi italiani verso la sostenibilità urbana. Ma le perdite idriche, la fragilità del territorio e l’uso poco sostenibile del suolo rimangono i veri talloni d’Achille.

Roma è la capitale italiana ed europea delle voragini

C’è infatti ancora molto da fare in ambito cittadino se si parla di fragilità del territorio e uso corretto del suolo. La popolazione residente in aree a rischio idraulico medio varia significativamente dalle 191 persone di Potenza a quasi 183 mila di Firenze, mentre il consumo di suolo avanza senza sosta in quasi tutti i capoluoghi, e le infrastrutture verdi non segnalano incrementi significativi. A questi problemi si aggiunge anche il rischio sinkholes (o sprofondamenti) ormai presente in quasi tutte le città italiane, con Roma che con un totale di 1088 eventi dal 2010 al primo semestre del 2021, si conferma la capitale italiana ed europea delle voragini.

Tra le note dolenti le perdite idriche

Tra le note dolenti anche quella delle perdite idriche, che nel 2018 restano sempre elevate nella maggior parte delle città campione, con alcuni casi in cui i valori superano il 50%.  Anche se con valori altalenanti, sono solo 8 le città che riducono le proprie perdite, con in testa Napoli, che passa dal 41,2% del 2012 al 31,6% del 2018. Si conferma, quindi, alto lo spreco di una risorsa naturale, che specialmente in questo 2022, vediamo sempre più minacciata dal cambiamento climatico.

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Economia

Italia, attrazione in crescita per gli investitori esteri

L’Italia piace agli stranieri, anche quando si tratta di investitori. Lo conferma l’EY Europe Attractiveness Survey 2022, ricerca annuale che analizza l’andamento degli investimenti diretti esteri in Europa e le percezioni dei player internazionali con l’obiettivo di indagare il livello di attrattività di ciascun Paese e individuare i principali driver d’investimento futuri.

I numeri degli investimenti

Nel corso del 2021, sono stati 207 i progetti di investimenti diretti esteri (Ide). Questo risultato segna una crescita annua dell’83%, dato superiore rispetto a quello registrato in tutti gli altri Paesi europei. Tuttavia, con una quota di mercato del 3,5% – in aumento rispetto al 2% del 2020 – l’Italia si posiziona ancora a distanza dai principali attrattori di Ide in Europa, ovvero Francia (21%), Regno Unito (17%) e Germania (14%). Ma quali sono i comparti più attrattivi? Per gli investimenti esteri in Italia nel 2021 sono stati il settore software e servizi IT (con il 15% degli Ide totali dell’anno), i trasporti e la logistica (14%) e i servizi B2B (12%). In crescita rispetto al 2020 soprattutto gli investimenti nel comparto agroalimentare e beni di consumo (+214% di numero di Ide) e macchinari e attrezzature (+233%). In calo l’attrattività del settore elettronica (-25% del numero di Ide rispetto al 2020) e telecomunicazioni (-57% del numero di Ide rispetto al 2020).

Dagli Usa il maggior interesse

Si conferma anche nel 2021 il trend dell’anno precedente che vede gli investimenti in Italia arrivare principalmente dagli Stati Uniti (28% del totale annuo), seguiti dalla Germania (17%), la cui relazione con il nostro Paese si rafforza superando la Francia (12%) e il Regno Unito (7%), anch’essi storici partner commerciali dell’Italia. Si registra invece una flessione del 50% rispetto al 2020 degli investimenti provenienti dalla Cina. Per quanto riguarda la distribuzione delle risorse sul territorio nazionale, si conferma una sostanziale disomogeneità, con una quota prevalente nel Nord-Ovest del Paese (54%) e nel Nord-Est (21%), che nel 2021 supera il Centro Italia, passato dal 24% dei progetti nel 2020 al 15% nell’ultimo anno. Positiva la crescita degli investimenti destinati al Meridione (dal 4% al 10%), nonostante rimanga ancora un consistente divario rispetto al resto del Paese. 
“L’Italia scala posizioni in termini di attrazione di investimenti esteri, posizionandosi nel 2021, per la prima volta dopo molto tempo, tra i primi 10 Paesi europei per numero di progetti di Ide. Dopo l’incremento degli investimenti registrato nel difficile anno della pandemia, il 2021 conferma il trend di crescita, con un segnale positivo di fiducia nelle prospettive di rafforzamento dell’economia italiana, legato anche al piano pluriennale di riforme perseguito dal Governo Draghi a partire da febbraio 2021. Rispetto alla dimensione e rilevanza dell’economia nazionale, la porzione degli investimenti diretti esteri destinati al nostro Paese può crescere ancora molto” ha detto Massimo Antonelli, ceo EY Italy e Chief Operating Officer EY Europe West.

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UE: raggiunto l’accordo sul caricabatterie universale Usb-C

Ogni anno vengono spediti in Europa mezzo miliardo di caricabatteria per dispositivi portatili, che generano dalle 11 alle 13mila tonnellate di rifiuti elettronici l’anno. Il Parlamento europeo e il Consiglio Ue hanno però raggiunto un accordo sul caricabatterie universale. In base alle nuove regole, dal 2024 si potrà utilizzare un unico caricabatterie per tutti i dispositivi elettronici portatili di piccole e medie dimensioni. L’ambiente ringrazia: la direttiva propone infatti un unico caricatore di forma Usb-C per telefoni cellulari, laptop, tablet, e-reader, cuffie in-ear, fotocamere digitali, cuffie e auricolari, console per videogiochi portatili e altoparlanti portatili ricaricabili tramite cavo cablato. Questi dispositivi dovranno essere dotati di una porta Usb di tipo C, indipendentemente dal loro produttore.

Un percorso lungo 10 anni

La direttiva, punto di arrivo di un percorso lungo 10 anni, secondo le stime dell’Ue aiuterà i consumatori a risparmiare fino a 250 milioni di euro all’anno sugli acquisti inutili di caricabatterie.
A oggi, infatti, i consumatori spendono circa 2,4 miliardi di euro l’anno per acquistare caricabatteria separati non compresi nell’acquisto dei dispositivi. Nel 2020 sono stati venduti negli Stati dell’Unione circa 420 milioni di cellulari e altri dispositivi elettronici portatili. I consumatori possiedono in media circa tre caricabatteria per telefoni cellulari, ma il 38% dichiara di aver incontrato difficoltà almeno una volta nel ricaricare il proprio telefono perché i caricabatteria disponibili erano incompatibili. 

Apple è l’unica ad adottare un sistema diverso

I tentativi di imporre un caricabatterie universale in tutto il territorio europeo risalgono al 2009, quando Apple, Samsung, Huawei e Nokia firmarono un accordo volontario per utilizzare uno standard comune. Ma questo approccio volontario non ha raggiunto gli obiettivi di sostenibilità ambientale e risparmio stabiliti inizialmente. Di fatto, l’USB-C è già uno standard condiviso nel panorama dei dispositivi mobili: tutti i principali produttori di smartphone hanno adottato la porta di nuova generazione da qualche anno. Apple è l’unica ad adottare un sistema diverso.
“Dal 2024 se Apple vorrà vendere i suoi dispositivi in Ue dovrà adottare il caricabatterie Usb-C – commenta il relatore del provvedimento al Parlamento europeo, Agius Saliba -. Su questo siamo stati molto chiari anche con loro, siamo stati a Cupertino e gliel’abbiamo detto”.

Verso lo standard Qi

La direttiva sul caricabatterie unico è solo il primo passo, e ha un orizzonte più ampio. Il legislatore europeo punta a ottenere “l’interoperabilità delle tecnologie di ricarica wireless entro il 2026 – chiarisce il relatore Alex Agius Saliba -. Stiamo anche ampliando la portata della proposta aggiungendo altri prodotti, come i computer portatili, che dovranno essere conformi alle nuove regole”. 
La ragione per cui si punta alla interoperabilità delle tecnologie di ricarica wireless è evidente, riferisce Agi: sono il futuro. Le aziende tecnologiche si stanno infatti già muovendo verso un sistema universale di ricarica dei dispositivi elettronici: lo standard Qi. Arrivare a questa data con una strategia comune, che vuol dire standard comuni, è uno degli obiettivi dei deputati alla Commissione.

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Economia

Salari: Italia fanalino di coda in Europa

Il clima è sempre più rovente attorno a Palazzo Chigi, e in attesa che il premier Mario Draghi convochi un tavolo con le parti sociali, i dati aiutano a capire la situazione dell’Italia, fanalino di coda in Europa per i salari più bassi e le retribuzioni dei dipendenti. I dati dell’Ocse sono sconcertanti: negli ultimi trent’anni l’Italia è l’unico paese in cui i salari annuali medi sono diminuiti, precisamente del 2,9%. Il paragone con i paesi europei segna una distanza enorme: in Germania i salari sono cresciuti del 33%, in Francia del 31%, in Belgio e in Austria del 25%, in Portogallo del 14% e in Spagna del 6%. Gli stati scandinavi registrano poi il +63% della Svezia, il +39 della Danimarca e il +32% della Finlandia.

Gli squilibri del mercato del lavoro colpiscono i giovani

Tra i più colpiti dagli squilibri del mercato del lavoro italiano ci sono sicuramente i giovani. Secondo Eurostat, la media annuale degli stipendi europei della fascia 18-24 anni è 16.825 euro, e in Italia è 15.858 euro. Peggio fa la Spagna (14.085 euro), ma Francia (19.482), Paesi Bassi (23.778), Germania (23.858) e Belgio (25.617) sono decisamente superiori. Quanto alla paga oraria complessiva dei lavoratori, gli italiani guadagnano in media 8 euro l’ora in meno rispetto a tedeschi e olandesi. E non è il costo del lavoro a penalizzare il nostro sistema: consultando i numeri del 2021 il costo medio orario del lavoro in Italia è di 29,3 euro, considerando salari, contributi e altre tasse, mentre in Germania è 37,2 euro, in Francia 37,9, in Olanda 38,3, e in Belgio 41,6 euro.

Cosa può fare il governo?

Al di là dell’aiuto da 200 euro nel cedolino di luglio per i redditi fino a 35mila euro e i bonus energetici già varati, il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ha ipotizzato di detassare i rinnovi, visto che il 40% dei lavoratori italiani ha il contratto scaduto. Una misura che potrebbe essere finanziata, ad esempio, con il prelievo una tantum proposto da Landini sui redditi alti, o alzando la tassa sugli extraprofitti delle società energetiche. I sindacati avevano messo sul tavolo l’idea di tassare tutte le tranche di salario legate ai rinnovi contrattuale con un’aliquota al 10%, anziché al 33%.

In Italia lavora solo il 58,2% della popolazione in età di lavoro

Secondo i dati Eurostat, infatti, in Italia lavora soltanto il 58,2% della popolazione in età di lavoro, contro una media europea del 68,4%, riporta Agenzia Dire.
Per il ministro della PA Renato Brunetta e il giuslavorista Michele Tiraboschi “la via maestra sui salari resta quella della contrattazione collettiva, dentro, però, un percorso di reale riforma degli assetti contrattuali e delle dinamiche retributive coerente con le recenti nuove trasformazioni del lavoro. In questo contesto si giustificano anche le misure di incentivazione della contrattazione di produttività e del welfare aziendale, che tuttavia possono e debbono essere rivisitate in termini di maggiore effettività”.

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Online

L’impatto del Metaverso sulla vita delle persone: cosa succederà?

Metaverso, Realtà Aumentata, Realtà Virtuale: sono tutti termini riferiti alla tecnologia ma che entrano sempre di più nella nostra vita quotidiana. E, specie negli ultimi mesi, si è parlato moltissimo di queste evoluzioni, in particolare del Metaverso. Ma quanto ne sanno gli italiani, e anche i cittadini di tutto il mondo, in merito a questa trasformazione? Per capirlo,Ipsos, in collaborazione con il World Economic Forum, ha condotto una nuova indagine sondando l’opinione dei cittadini in 29 Paesi del mondo -tra cui l’Italia- con l’obiettivo di comprendere il grado di conoscenza di questi concetti, il livello di entusiasmo per le nuove tecnologie e l’impatto che queste possano avere nella vita delle persone nel prossimo decennio.

Cosa cambierà nella vita quotidiana?

Tra le varie analisi, è particolarmente interessante quella riferita al Metaverso e all’impatto che questo avrà nella vita di tutti i giorni. Nonostante le differenze significative in termini di familiarità ed entusiasmo, l’opinione pubblica internazionale prevede ampiamente che vari tipi di applicazioni che utilizzano il Metaverso e la realtà estesa cambieranno in modo significativo la vita delle persone nel prossimo decennio. In particolar modo, gli italiani concordano sul fatto che -nel corso dei prossimi dieci anni- lo sviluppo delle seguenti app, che si basano sull’utilizzo delle nuove tecnologie, cambierà totalmente il modo in cui le persone vivono: 60% – Apprendimento virtuale (corsi, frequentare la scuola…); 56% – Risorse digitali per la salute (consulenze, consultazioni virtuali, chirurgia a distanza…); 55% – Intrattenimento digitale nella realtà virtuale (film, concerti…); 54% – Ambienti di lavoro virtuali (collaborazione virtuale, networking…); 49% Giochi virtuali (giochi di realtà aumentata, strumenti multiplayer…) e socializzazione virtuale (chat con amici/familiari, appuntamenti, incontri…); 43% Viaggi e turismo virtuali (replicare il mondo reale…); 38% Scambio di beni digitali (NFT, oggetti da collezione, criptovalute…). 

Fiducia nel futuro

Le aspettative sull’impatto delle applicazioni che si basano sul Metaverso variano anche in base al Paese e alle caratteristiche demografiche. In generale, circa la metà degli intervistati dichiara di conoscere il Metaverso (52%) e di provare sentimenti positivi nei confronti dell’utilizzo della realtà estesa nella vita quotidiana (50%). Per quanto riguarda il Metaverso, le differenze – anche quelle fra paese e paese – non sono così nette, il che suggerisce che – a prescindere dal fatto che lo si attenda o meno-  la maggior parte delle persone si aspetta che la propria vita venga profondamente influenzata dalle nuove tecnologie nei prossimi anni.

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Economia

Imprese: servono 350mila Cybersecurity manager

L’esigenza di figure professionali con un profilo legato alla gestione della sicurezza è sentita da tutte le organizzazioni, private e pubbliche. E il Cybersecurity manager, figura professionale che ha il compito di proteggere l’impresa dagli attacchi informatici, oggi è un profilo più che mai necessario, e dal grande futuro occupazionale. Ma secondo una ricerca, il 24% del nostro sistema produttivo ha difficoltà nel trovare questa competenza, ed entro quest’anno mancheranno 350mila professionisti. 
“Non è allora un caso – spiega Ernesto Barbone, legale specializzato nella sicurezza informatica – che l’Università statale di Milano, nella sua facoltà di Giurisprudenza, ha dato vita a un master in Cybersecurity. Gli spazi sono enormi e vanno riempiti assolutamente”.

Unire competenze di compliance normativo all’implementazione di misure di sicurezza

Il Cybersecurity manager unisce le competenze di compliance normativo (regolamento europeo protezione dati personali, diritto del lavoro, diritto commerciale e diritto penale) all’implementazione di misure di sicurezza idonee ad abbassare il rischio di possibili reati/incidenti all’interno della struttura.
“Si tratta di un elemento fondamentale, che permette di avere una visione legale sull’adeguamento tecnologico dell’azienda per far sì che la stessa non si veda danneggiata nella tenuta dei dati aziendali e nelle ripercussioni di bad reputation – continua Barbone -. La particolare conoscenza dei sistemi informativi dal punto di vista tecnico permettono di inquadrare lo scenario normativo a cui l’azienda va incontro, permettendo di implementare al meglio le contromisure legali idonee a scongiurare sanzioni o controlli”.

Pmi più esposte ai rischi informatici

Secondo un report dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, l’impatto economico della pandemia ha costretto le imprese italiane a fronteggiare le aumentate sfide di sicurezza con budget ridotti: il 19% ha diminuito gli investimenti in cybersecurity e solo il 40% li ha aumentati. Ma per il 54% l’emergenza è stata un’occasione positiva per investire in tecnologie, e aumentare la sensibilità dei dipendenti riguardo alla sicurezza e alla protezione dei dati. Eppure il 59% delle Pmi afferma che l’uso di device personali e reti domestiche ha esposto le aziende a maggiori rischi di sicurezza, e per il 49% sono aumentati gli attacchi informatici, riporta Askanews. Insomma, “quando le aziende affermano che al loro interno hanno già un legale – sottolinea Barbone -, non hanno ancora compreso che le competenze di quest’ultimo non bastano”. 

Il ruolo del PNRR

Ma ora c’è un elemento in più: il PNRR, che indica agli Stati membri di raccogliere categorie standardizzate di dati e informazioni, che consentano la prevenzione, l’individuazione e la repressione di gravi irregolarità, mediante un sistema di informazione e monitoraggio, estrazione di dati e valutazione del rischio reso disponibile dalla Commissione.
“Questo vuol dire – prosegue Barbone – che bisogna essere pronti a raccogliere la sfida e i relativi fondi messi a disposizione dall’Europa. Una sfida che per prima deve essere raccolta dalla Pubblica amministrazione, con i 623 milioni di euro messi a disposizione dal Piano. Soldi che serviranno a superare evidenti ritardi che l’Italia purtroppo lamenta”.

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Stare bene è una questione vitale

Da oltre due anni stiamo vivendo un periodo funestato da emergenze sanitarie, e di recente, anche belliche, che inevitabilmente hanno inciso e tuttora incidono sulla qualità della vita. Ma per poter vivere con pienezza e soddisfazione la propria vita, ‘stare bene’ è una questione vitale. La flessione dell’indicatore raccolto nello studio Benessere, elaborato dalla piattaforma Knowledge Building di Eumetra, misura l’andamento relativo la benessere e soddisfazione degli italiani: nelle rilevazioni degli ultimi due anni, a fronte di una porzione sostanzialmente residuale di popolazione che si dichiara ‘pienamente soddisfatta’ della propria vita, peraltro in ulteriore contrazione, aumenta quella che assegna un valore di soddisfazione alla propria vita appena sufficiente, o al di sotto della sufficienza.

Le dinamiche sociodemografiche di un crescente disagio

Questa rappresentazione conterrebbe già di per sé indicazioni allarmanti, soprattutto a fronte del prolungarsi e dell’aggravarsi delle emergenze esterne generate nel corso del 2022. Occorre tuttavia approfondire, dal momento che i dati richiedono di prestare attenzione anche alle dinamiche sociodemografiche interne a questo disagio crescente. In primo luogo, il fenomeno risulta colpire in misura più significativa la popolazione femminile, già in partenza meno soddisfatta di quella maschile, che pur in flessione, si stabilizza su valori più alti. In un’ipotesi di proiezione futura che pare probabile, ovvero qualora l’edizione 2022 dello studio confermi la tendenza in atto, sarà necessario fare alcune riflessioni di carattere sociale ed economico.

Più giovani e anziani segnalano un livello di soddisfazione maggiore

La fascia di popolazione che risulta particolarmente interessata da questo progressivo ‘affaticamento’, è quella di età tra i 35 e i 55 anni, che registra in assoluto i valori peggiori di soddisfazione per la propria vita. Proprio quella che idealmente dovrebbe corrispondere a individui dalla massima capacità produttiva, reddituale, e di spesa. Al contrario, i più giovani e i meno giovani, in questo momento complicato, attribuiscono alla loro vita un livello di soddisfazione maggiore rispetto a quello assegnato da chi si trova nel ‘cuore’ della propria vita. Pur attraversando per ragioni totalmente diverse stagioni della vita caratterizzate da un’elevata incertezza nel futuro (per i più giovani difficoltà relazionali, e per i più anziani, problemi di salute), mostrano più resilienza rispetto alla fascia centrale di età.

Una condizione esistenzialmente critica

Si tratta di segnali di disagio crescenti, e rispetto ai quali si possono certamente ipotizzare diverse determinanti per le quali, allo stesso tempo, non sembrano disponibili almeno nell’immediato risposte o soluzioni dirette. Ecco perché Eumetra ha iniziato a ragionare dell’importanza dello stare bene.
‘Sentire’ di disporre al massimo delle proprie risorse, mentali, fisiche, affettive, sociali, e lavorative, è condizione per vivere il presente e progettare il futuro liberamente, secondo le legittime aspirazioni e negli ambiti concessi dalle situazioni individuali. Una condizione che riguarda tutti e allo stesso tempo ognuno, secondo le proprie individualità, situazioni, reazioni soggettive al contesto, ed è condizione esistenzialmente critica. Si fa cioè più importante, ma più complicata, in epoche caratterizzate da continue emergenze.