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Italia, attrazione in crescita per gli investitori esteri

L’Italia piace agli stranieri, anche quando si tratta di investitori. Lo conferma l’EY Europe Attractiveness Survey 2022, ricerca annuale che analizza l’andamento degli investimenti diretti esteri in Europa e le percezioni dei player internazionali con l’obiettivo di indagare il livello di attrattività di ciascun Paese e individuare i principali driver d’investimento futuri.

I numeri degli investimenti

Nel corso del 2021, sono stati 207 i progetti di investimenti diretti esteri (Ide). Questo risultato segna una crescita annua dell’83%, dato superiore rispetto a quello registrato in tutti gli altri Paesi europei. Tuttavia, con una quota di mercato del 3,5% – in aumento rispetto al 2% del 2020 – l’Italia si posiziona ancora a distanza dai principali attrattori di Ide in Europa, ovvero Francia (21%), Regno Unito (17%) e Germania (14%). Ma quali sono i comparti più attrattivi? Per gli investimenti esteri in Italia nel 2021 sono stati il settore software e servizi IT (con il 15% degli Ide totali dell’anno), i trasporti e la logistica (14%) e i servizi B2B (12%). In crescita rispetto al 2020 soprattutto gli investimenti nel comparto agroalimentare e beni di consumo (+214% di numero di Ide) e macchinari e attrezzature (+233%). In calo l’attrattività del settore elettronica (-25% del numero di Ide rispetto al 2020) e telecomunicazioni (-57% del numero di Ide rispetto al 2020).

Dagli Usa il maggior interesse

Si conferma anche nel 2021 il trend dell’anno precedente che vede gli investimenti in Italia arrivare principalmente dagli Stati Uniti (28% del totale annuo), seguiti dalla Germania (17%), la cui relazione con il nostro Paese si rafforza superando la Francia (12%) e il Regno Unito (7%), anch’essi storici partner commerciali dell’Italia. Si registra invece una flessione del 50% rispetto al 2020 degli investimenti provenienti dalla Cina. Per quanto riguarda la distribuzione delle risorse sul territorio nazionale, si conferma una sostanziale disomogeneità, con una quota prevalente nel Nord-Ovest del Paese (54%) e nel Nord-Est (21%), che nel 2021 supera il Centro Italia, passato dal 24% dei progetti nel 2020 al 15% nell’ultimo anno. Positiva la crescita degli investimenti destinati al Meridione (dal 4% al 10%), nonostante rimanga ancora un consistente divario rispetto al resto del Paese. 
“L’Italia scala posizioni in termini di attrazione di investimenti esteri, posizionandosi nel 2021, per la prima volta dopo molto tempo, tra i primi 10 Paesi europei per numero di progetti di Ide. Dopo l’incremento degli investimenti registrato nel difficile anno della pandemia, il 2021 conferma il trend di crescita, con un segnale positivo di fiducia nelle prospettive di rafforzamento dell’economia italiana, legato anche al piano pluriennale di riforme perseguito dal Governo Draghi a partire da febbraio 2021. Rispetto alla dimensione e rilevanza dell’economia nazionale, la porzione degli investimenti diretti esteri destinati al nostro Paese può crescere ancora molto” ha detto Massimo Antonelli, ceo EY Italy e Chief Operating Officer EY Europe West.

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Salari: Italia fanalino di coda in Europa

Il clima è sempre più rovente attorno a Palazzo Chigi, e in attesa che il premier Mario Draghi convochi un tavolo con le parti sociali, i dati aiutano a capire la situazione dell’Italia, fanalino di coda in Europa per i salari più bassi e le retribuzioni dei dipendenti. I dati dell’Ocse sono sconcertanti: negli ultimi trent’anni l’Italia è l’unico paese in cui i salari annuali medi sono diminuiti, precisamente del 2,9%. Il paragone con i paesi europei segna una distanza enorme: in Germania i salari sono cresciuti del 33%, in Francia del 31%, in Belgio e in Austria del 25%, in Portogallo del 14% e in Spagna del 6%. Gli stati scandinavi registrano poi il +63% della Svezia, il +39 della Danimarca e il +32% della Finlandia.

Gli squilibri del mercato del lavoro colpiscono i giovani

Tra i più colpiti dagli squilibri del mercato del lavoro italiano ci sono sicuramente i giovani. Secondo Eurostat, la media annuale degli stipendi europei della fascia 18-24 anni è 16.825 euro, e in Italia è 15.858 euro. Peggio fa la Spagna (14.085 euro), ma Francia (19.482), Paesi Bassi (23.778), Germania (23.858) e Belgio (25.617) sono decisamente superiori. Quanto alla paga oraria complessiva dei lavoratori, gli italiani guadagnano in media 8 euro l’ora in meno rispetto a tedeschi e olandesi. E non è il costo del lavoro a penalizzare il nostro sistema: consultando i numeri del 2021 il costo medio orario del lavoro in Italia è di 29,3 euro, considerando salari, contributi e altre tasse, mentre in Germania è 37,2 euro, in Francia 37,9, in Olanda 38,3, e in Belgio 41,6 euro.

Cosa può fare il governo?

Al di là dell’aiuto da 200 euro nel cedolino di luglio per i redditi fino a 35mila euro e i bonus energetici già varati, il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ha ipotizzato di detassare i rinnovi, visto che il 40% dei lavoratori italiani ha il contratto scaduto. Una misura che potrebbe essere finanziata, ad esempio, con il prelievo una tantum proposto da Landini sui redditi alti, o alzando la tassa sugli extraprofitti delle società energetiche. I sindacati avevano messo sul tavolo l’idea di tassare tutte le tranche di salario legate ai rinnovi contrattuale con un’aliquota al 10%, anziché al 33%.

In Italia lavora solo il 58,2% della popolazione in età di lavoro

Secondo i dati Eurostat, infatti, in Italia lavora soltanto il 58,2% della popolazione in età di lavoro, contro una media europea del 68,4%, riporta Agenzia Dire.
Per il ministro della PA Renato Brunetta e il giuslavorista Michele Tiraboschi “la via maestra sui salari resta quella della contrattazione collettiva, dentro, però, un percorso di reale riforma degli assetti contrattuali e delle dinamiche retributive coerente con le recenti nuove trasformazioni del lavoro. In questo contesto si giustificano anche le misure di incentivazione della contrattazione di produttività e del welfare aziendale, che tuttavia possono e debbono essere rivisitate in termini di maggiore effettività”.

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Imprese: servono 350mila Cybersecurity manager

L’esigenza di figure professionali con un profilo legato alla gestione della sicurezza è sentita da tutte le organizzazioni, private e pubbliche. E il Cybersecurity manager, figura professionale che ha il compito di proteggere l’impresa dagli attacchi informatici, oggi è un profilo più che mai necessario, e dal grande futuro occupazionale. Ma secondo una ricerca, il 24% del nostro sistema produttivo ha difficoltà nel trovare questa competenza, ed entro quest’anno mancheranno 350mila professionisti. 
“Non è allora un caso – spiega Ernesto Barbone, legale specializzato nella sicurezza informatica – che l’Università statale di Milano, nella sua facoltà di Giurisprudenza, ha dato vita a un master in Cybersecurity. Gli spazi sono enormi e vanno riempiti assolutamente”.

Unire competenze di compliance normativo all’implementazione di misure di sicurezza

Il Cybersecurity manager unisce le competenze di compliance normativo (regolamento europeo protezione dati personali, diritto del lavoro, diritto commerciale e diritto penale) all’implementazione di misure di sicurezza idonee ad abbassare il rischio di possibili reati/incidenti all’interno della struttura.
“Si tratta di un elemento fondamentale, che permette di avere una visione legale sull’adeguamento tecnologico dell’azienda per far sì che la stessa non si veda danneggiata nella tenuta dei dati aziendali e nelle ripercussioni di bad reputation – continua Barbone -. La particolare conoscenza dei sistemi informativi dal punto di vista tecnico permettono di inquadrare lo scenario normativo a cui l’azienda va incontro, permettendo di implementare al meglio le contromisure legali idonee a scongiurare sanzioni o controlli”.

Pmi più esposte ai rischi informatici

Secondo un report dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, l’impatto economico della pandemia ha costretto le imprese italiane a fronteggiare le aumentate sfide di sicurezza con budget ridotti: il 19% ha diminuito gli investimenti in cybersecurity e solo il 40% li ha aumentati. Ma per il 54% l’emergenza è stata un’occasione positiva per investire in tecnologie, e aumentare la sensibilità dei dipendenti riguardo alla sicurezza e alla protezione dei dati. Eppure il 59% delle Pmi afferma che l’uso di device personali e reti domestiche ha esposto le aziende a maggiori rischi di sicurezza, e per il 49% sono aumentati gli attacchi informatici, riporta Askanews. Insomma, “quando le aziende affermano che al loro interno hanno già un legale – sottolinea Barbone -, non hanno ancora compreso che le competenze di quest’ultimo non bastano”. 

Il ruolo del PNRR

Ma ora c’è un elemento in più: il PNRR, che indica agli Stati membri di raccogliere categorie standardizzate di dati e informazioni, che consentano la prevenzione, l’individuazione e la repressione di gravi irregolarità, mediante un sistema di informazione e monitoraggio, estrazione di dati e valutazione del rischio reso disponibile dalla Commissione.
“Questo vuol dire – prosegue Barbone – che bisogna essere pronti a raccogliere la sfida e i relativi fondi messi a disposizione dall’Europa. Una sfida che per prima deve essere raccolta dalla Pubblica amministrazione, con i 623 milioni di euro messi a disposizione dal Piano. Soldi che serviranno a superare evidenti ritardi che l’Italia purtroppo lamenta”.

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Telefonia: per Internet e voce gli italiani spendono 303 euro l’anno 

Secondo Facile.it la spesa media per chi oggi opta per una linea voce con connessione Internet ADSL o Fibra è pari a poco più di 303 euro l’anno. E se invece si intende rinunciare a Internet e si sceglie la sola linea voce con chiamate illimitate? In questo caso, secondo Facile.it, il prezzo è pari a 232 euro l’anno. Ma è possibile anche scegliere un unico operatore per la linea fissa e il cellulare.
“Negli ultimi anni è cresciuta l’offerta di promozioni che associano alla linea di casa anche quella mobile – ha spiegato Mario Rasimelli, Mangani Director Utilities di Facile.it -. Scegliendo un unico operatore per fisso e mobile è possibile in alcuni casi ridurre notevolmente l’importo della bolletta, e per la sola telefonia fissa, il costo può addirittura scendere al di sotto dei 200 euro l’anno”.

Telefono fisso: ancora nelle case di oltre 26,5 milioni di italiani 

Molti lo considerano un oggetto di altri tempi, eppure secondo l’indagine commissionata da Facile.it agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat, sono più di 26,5 milioni gli italiani che hanno ancora il telefono fisso in casa. Guardando all’uso che i nostri connazionali fanno del telefono fisso, l’indagine ha scoperto che oggi la sua funzione è almeno parzialmente, cambiata, o addirittura invertita rispetto a quella del telefono cellulare.

Un mezzo di comunicazione riservato a pochi intimi

“Chi continua a tenere in casa il fisso lo fa principalmente per ragioni di sicurezza in caso di emergenza (41%), o come mezzo di comunicazione riservato a pochi intimi (28%) – continua Rasimelli -. Insomma, un tempo i contatti stretti erano gli unici cui davamo il numero di cellulare, oggi sono i soli che possono raggiungerci anche quando il nostro smartphone è spento”.

Sono 17 milioni ad avere rinunciato a filo e cornetta

Analizzando le risposte su base socio-demografica emerge che il telefono fisso è presente in misura maggiore nelle case degli over 65 (78%) mentre, a livello territoriale, i più affezionati sono risultati essere i residenti al Sud e nelle Isole (64%). Cosa invece ha determinato la scelta di quei 17 milioni che hanno rinunciato a filo e cornetta? Nel 59% dei casi hanno scelto di eliminare il fisso per ragioni economiche, nel 45% per sostituirlo col cellulare, e nel 19% dei casi per non essere disturbati a casa dai call center.

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Pace o condizionatore? Gli italiani scelgono di… spegnere 

Oltre agli effetti della pandemia sull’economia italiana e mondiale, anche quelli della guerra in Ucraina hanno iniziato a ricadere pesantemente sugli italiani. Ma all’alternativa posta dal presidente del Consiglio, Mario Draghi, “Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?”, la maggior parte dei nostri connazionali non ha dubbi, e sembra disposta a spegnere il condizionatore. Più in particolare, alla domanda posta da Draghi, il 73% degli italiani che posseggono un condizionatore ha dichiarato infatti di essere disposto a spegnerlo per tutta la durata dell’estate, se questa scelta potrebbe aiutare il Paese a raggiungere l’indipendenza dal gas russo.
Aiutare l’Italia a raggiungere l’indipendenza energetica dalla Russia
Si tratta di uno dei dati emersi dall’indagine commissionata da Facile.it agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat, e realizzata su un campione rappresentativo della popolazione nazionale. Più in generale, l’indagine di Facile.it ha messo in evidenza che qualora il Governo lo richiedesse, il 56% degli intervistati sarebbe disposto a ridurre l’uso personale di energia elettrica e gas in casa propria. Questo, per aiutare l’Italia a raggiungere l’indipendenza energetica dalla Russia.

I più inclini a fare sacrifici sono gli over 65 e i più giovani

I più inclini a fare sacrifici, forse perché hanno già vissuto anni di austerity, sono risultati essere gli over 65, con il 60% di risposte positive, e i 55-64enni, con il 62%. Curiosamente, però, anche i giovani con età compresa tra i 18 e i 24 anni nel 59% dei casi hanno risposto positivamente, forse perché più attenti alle tematiche ambientali. Se quindi, da un lato, più di 21 milioni di cittadini italiani sono disposti a rinunciare al condizionatore, dall’altro 8 milioni hanno affermato di non essere disposti a fare questo genere di sacrificio.

Da quando è iniziato il conflitto in Ucraina si cerca di risparmiare sulle bollette

Ma qual è il motivo per il quale una quota di cittadini non è propensa a fare questo sacrificio? Secondo l’indagine di Facile.it, riporta Adnkronos, il 50% di chi ha dichiarato di essere contrario sostiene che “la scelta di staccarsi dal gas russo non dovrebbe gravare sulle famiglie”, mentre il 46% lo ritiene un sacrificio inutile. Qualcosa di concreto, in realtà, gli italiani sembrano averlo già fatto, tanto che 8 intervistati su 10 hanno dichiarato che da quando è iniziato il conflitto in Ucraina hanno cercato di consumare meno energia elettrica e gas, non fosse altro per risparmiare sulle bollette.
Questa, in particolare, la motivazione per il 67% degli intervistati.

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Cresce il ricorso al credito, ma migliora la sostenibilità finanziaria

Negli ultimi 6 anni gli italiani con almeno un contratto di finanziamento attivo sono aumentati in maniera graduale e costante, stimolati anche da condizioni di offerta e tassi appetibili, e da misure di politica monetaria e fiscale adottate a livello nazionale ed europeo particolarmente accomodanti per contrastare la crisi economico-finanziaria indotta dalla pandemia. Nonostante l’impatto del Covid-19, la sostenibilità finanziaria delle famiglie in questi anni è migliorata costantemente, come si evince non solo dagli indicatori relativi alla qualità del credito (il tasso di default è progressivamente sceso rispetto all’1,8% del 2016), ma anche dalla diminuzione della rata media rimborsata ogni mese (-12,5% dal 2016) e dall’esposizione residua per estinguere i finanziamenti in corso (-6,5% vs 2016).
Queste alcune evidenze emerse dalla Mappa del Credito, lo studio realizzato da Mister Credit-CRIF.

Nel 2021 +5,4% italiani con mutuo o prestiti

Di fatto, durante il 2021 la platea dei cittadini maggiorenni che risultano avere un mutuo o un prestito in corso è cresciuta del +5,4% rispetto al 2020, arrivando al 44,5% del totale. Questo, nonostante la tradizionale cautela degli italiani nel ricorrere al credito bancario per finanziare consumi o acquisto della casa. Si tratta di un trend di crescita iniziato nel 2016 e consolidato negli ultimi due anni, caratterizzati da condizioni di accesso al credito particolarmente favorevoli anche per finanziamenti di modesto importo.

Il tasso di default si attesta all’1,2%

Se da un lato aumenta il ricorso al credito, al contempo, però, è migliorata la sostenibilità finanziaria delle famiglie italiane, con il rischio di credito che nella rilevazione 2021 ha visto il tasso di default attestarsi all’1,2%, il livello più basso degli ultimi anni. A questo risultato hanno contribuito, oltre alle moratorie e agli strumenti di sostegno attivati per contenere gli impatti negativi della pandemia, anche l’atteggiamento responsabile delle famiglie e i tassi di interesse confermati dalla BCE ai minimi storici.

Rata media rimborsata -2,8%

Alla luce di questo, la rata media rimborsata a livello pro-capite ogni mese è scesa ancora, fino ad arrivare a 315 euro (-2,8% rispetto al 2020), mentre l’importo residuo che resta da rimborsare per estinguere i finanziamenti in corso si è attestato a 32.191 euro, in lieve flessione rispetto al 2020, malgrado il peso ancora rilevante dei mutui ipotecari, che continuano ad avere un’incidenza significativa nel portafoglio delle famiglie italiane.

Alcune incertezze per il futuro
“Nel corso dell’ultimo anno i flussi di credito erogato alle famiglie sono cresciuti in modo significativo per riportarsi sui livelli non troppo distanti da quelli pre-Covid – commenta Beatrice Rubini, Direttore della linea Mister Credit di CRIF -. Nel complesso la sostenibilità degli impegni finanziari da parte delle famiglie si è confermata elevata, ma per il prossimo futuro bisognerà valutare gli impatti derivanti dall’evoluzione della pandemia, dall’incertezza causata dal conflitto in Ucraina nonché dalla crescita dei costi dell’energia e delle materie prime oltre che dei tassi di interesse”.

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Export Lombardia: il 2021 chiude a 135,9 miliardi

L’export delle imprese lombarde chiude il 2021 con la cifra record di 135,9 miliardi di euro, e supera il massimo storico del 2019, quando l’export regionale toccò i 127,5 miliardi di euro.
Unioncamere Lombardia ha pubblicato il Rapporto sul commercio estero della Lombardia nel quarto trimestre e il consuntivo 2021. E a quanto emerge dal rapporto il dato tendenziale è positivo in tutte le provincie lombarde e per tutti settori. Anche nel quarto trimestre l’attività delle imprese manifatturiere lombarde si è mantenuta su buoni livelli, nonostante i problemi riscontrati sul lato delle forniture e dei prezzi di materie prime ed energia. Una domanda estera ancora vivace, quindi, che nonostante i primi segnali di rallentamento ha consentito all’export lombardo di crescere del +10,2% rispetto al trimestre precedente. Secondo Unioncamere Lombardia, occorre però considerare come i consistenti incrementi in valore siano legati alla dinamica dei prezzi, caratterizzata da sensibili aumenti nel corso di tutto il 2021.

Si conferma l’effetto prezzi sull’incremento dei dati in valore

L’analisi dell’andamento delle quantità scambiate conferma l’effetto prezzi sull’incremento dei dati in valore. L’export per le quantità, con una crescita congiunturale del 3%, non tocca infatti i massimi e rimane dell’1,7% sotto i livelli 2019. Il comparto legato ai metalli e alle loro produzioni si conferma forte motore della ripresa (+34,3% rispetto al 2020) con effetti positivi sulla performance della maggior parte delle provincie. Rispetto al 2019 risultano in forte crescita anche prodotti alimentari (+13,8%), sostanze e prodotti chimici (+12,7%) e computer e apparecchi elettronici (+12,2%). Positivi anche gomma e materie plastiche (+9,1%), e mezzi di trasporto (+2,0%).
In linea con il risultato pre-crisi, articoli farmaceutici (+0,7%) e tessili, pelli-calzature e accessori (+0,4%). Non riescono, invece, a recuperare sul 2019 macchinari e apparecchi (-1,4%).

Incrementi a due cifre rispetto al 2019 per molti paesi di destinazione

Secondo il Rapporto l’incremento rispetto al livello pre-crisi del valore esportato verso tutte le destinazioni è del +7,5%. I flussi verso molti dei principali paesi di destinazione delle merci lombarde registrano incrementi a due cifre rispetto al 2019 per Turchia, +23,5%, Cina, +23,4%, Brasile, +20,1%, Regno Unito, +18,2%, Israele, +14,4%, Germania, +10,1%.  A questi si contrappongono le perdite verso l’Algeria (-30,2%) e Hong Kong (-13,2%). Negativo anche il risultato verso la Russia (-3,8%) nonostante un 2021 in recupero rispetto al 2020 (+14,0%).
La Russia si pone al quattordicesimo posto tra le destinazioni, con una quota dell’1,6%. Nel 2021 la Lombardia ha esportato beni per poco meno di 2,2 miliardi di euro verso la Russia e ne ha importati 1,6 miliardi, con un saldo positivo di 572,4 milioni.

Quasi tutte le province superano i livelli pre-crisi

Quasi tutte le province superano i livelli 2019, grazie principalmente all’export di metalli base e prodotti in metallo (Brescia, Cremona, Lecco, Mantova, Sondrio), sostanze e prodotti chimici (Bergamo), articoli farmaceutici (Monza e Brianza e Varese), computer e apparecchi elettronici (Lodi), prodotti tessili e abbigliamento (Milano). Solo due province lombarde, pur crescendo rispetto all’anno scorso, scontano ancora un gap rispetto al 2019: Pavia (-8,4%) per la quale pesa il -80% dell’export di prodotti tessili, abbigliamento, pelli-calzature e accessori rispetto al 2019, e Como (-0,5%), con una riduzione del 19% nella stessa categoria di prodotti.

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Lavoro e pandemia, dominano insicurezza e incertezza

Nei mesi tra prima e seconda ondata del coronavirus il rapporto curato da Lavoro&Welfare e lo Studio Labores sull’occupazione ha rilevato un livello di incertezza sul futuro e insicurezza sociale connessa al lavoro molto elevata. Solo meno del 20% degli intervistati si dichiarava del tutto sicuro e al riparo dai rischi connessi al lavoro. Non è una novità: almeno a partire dalla ‘grande recessione’ del 2008 l’Italia è attraversata da un’ansia e un’insoddisfazione sociali molto ampie e destinate a non essere scalfite nel tempo.
“La pandemia – commenta Mimmo Carrieri, docente di Sociologia economica e Sociologia delle relazioni di lavoro all’Università La Sapienza – ha comportato un rimescolio profondo nel senso del lavoro e nel vissuto dei lavoratori, ancora non concluso e che attende di essere tradotto in indirizzi nuovi nelle politiche pubbliche e nei comportamenti degli attori sociali”.

Il costo della crisi

Il sentimento collettivo d’insicurezza resta dunque molto radicato, ed è connesso non solo alla precarietà lavorativa, ma rende conto di un’estesa vulnerabilità sociale che attraversa una parte rilevante dei lavoratori.
“Se a inizio 2021 potevamo misurare il costo della crisi dovuta al coronavirus in quasi un milione di occupati, a fine anno verifichiamo che tale costo si è attestato attorno alle 300.000 unità”, continua Carrieri.
Secondo i dati del rapporto, l’Italia, sia nel secondo sia nel terzo trimestre 2021, ha evidenziato però una dinamica migliore della media della zona Euro, rispettivamente + 1,4% e +1,2% contro +1,2% e +1,0%, e dei Paesi assunti a confronto, Germania, Polonia, Francia, Spagna.

Il rientro dalla Cassa integrazione

“Quanto ai dipendenti permanenti, i dati mostrano che nel secondo semestre 2021 si sono assestati praticamente sullo stesso livello del 2019, ma non si tratta tanto di un recupero trainato dalla creazione di nuovi posti di lavoro quanto della riattivazione, in buona parte, di posti pre-esistenti grazie al rientro di molti lavoratori dalla Cassa integrazione”, aggiunge Carrieri.

Anche per i dipendenti a termine il recupero ha permesso di ritornare a partire da settembre 2021 sui valori del 2019. Non si tratta quindi di una nuova crescita della precarietà, ma del recupero di un livello analogo a quello raggiunto in precedenza a ridosso della pandemia, riferisce Italpress.

Lavoro a tempo determinato vittima del blocco dei licenziamenti

Per quanto riguarda i lavoratori indipendenti, il trend di contrazione è stato congiunturalmente accelerato dalla pandemia in coincidenza del periodo del primo lockdown. Poi è proseguito, “pur con un’intensità via via più modesta, senza finora mettere in evidenza alcun segnale di recupero delle posizioni pre-pandemiche”, sottolinea Carrieri.
Secondo Cesare Damiano, già ministro del Lavoro e presidente di Lavoro&Welfare, “il lavoro a tempo determinato è stato vittima del blocco dei licenziamenti che ha riguardato esclusivamente il lavoro stabile. Una diminuzione prevedibile alla quale è seguito, nei mesi recenti, una ripresa che lo colloca al livello del 17% del totale dell’occupazione dipendente”.

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Cresce l’attenzione alla Corporate Social Responsibility

Cos’è la Corporate Social Responsibility? È l’attenzione che le aziende dedicano alla condotta etica e al loro impatto sociale. In Italia sono il 48% le persone che dichiarano di esserne a conoscenza, contro il 40% di chi non ne conosce il significato. I dati italiani sono in linea con il risultato a livello globale, che cresce all’aumentare dell’età al livello di istruzione. Si tratta di un’evidenza della survey sulla Corporate Social Responsibility di WIN International, di cui fa parte BVA Doxa, che conferma come i risultati italiani siano in linea anche con la media Europea (48%). A guidare il ranking dei paesi Europei c’è la Slovenia, che con il 74% di ‘conoscitori’ è anche al primo posto del ranking globale. Mentre in paesi come Francia (43%), Germania (31%) e Regno Unito (40%) una quota minore di intervistati si dichiara vicino al concetto della CSR.

Adottare e promuovere la CSR

In Italia, il 25% degli intervistati afferma che la maggior parte delle aziende non ponga la giusta attenzione alla CRS, un dato di nuovo in linea con la media mondiale (25%).
C’è anche una quota della popolazione che ritiene che le aziende si occupino di CSR solo ‘per apparenza’, ma che in realtà non siano sufficientemente impegnate nel promuoverla. In questo caso, la differenza tra Italia e resto del mondo è più significativa: il 50% degli italiani ne è convinto contro il 39% della media mondiale.
Il dato italiano però è ancora una volta in linea con il resto dell’Europa (48%). Solo il 9% degli italiani ritiene che le aziende stiano efficacemente adottando la CSR, diversamente da quanto pensano i cittadini in APAC, tra i più ottimisti del campione (media della regione 31%).

Conoscere le azioni di aziende e brand 

Il 70% della popolazione mondiale ritiene sia importante essere a conoscenza dei comportamenti socialmente responsabili delle aziende e dei brand di cui si è clienti. In Italia non solo il dato è significativamente più alto (88%), ma il risultato porta l’Italia al terzo posto nel ranking mondiale dei paesi che ritengono sia importante conoscere le azioni che aziende e brand intraprendono a favore della sostenibilità. Non si tratta però solamente di essere consapevoli del significato e dell’importanza della CSR, ma dalla rilevazione emerge anche come sia in grado di influenzare le decisioni di acquisto della popolazione mondiale.

L’influenza sulle decisioni d’acquisto

Il 62% della popolazione afferma infatti che i comportamenti socialmente responsabili di aziende e brand influenzano le loro decisioni di acquisto, e in Italia sono il 67%. Aumenta quindi l’interesse per i comportamenti etici e la funzione sociale delle aziende. A livello mondiale, se da un lato i risultati mostrano una equa distribuzione tra regioni e gender, una relazione indiretta appare guardando all’età: le persone più anziane tendono a essere meno influenzate dalla CSR e dai comportamenti etici delle aziende nelle decisioni d’acquisto.

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Cybersecurity, un settore alla ricerca di professionisti

Se i criminali informatici continuano ad adattarsi per sfruttare al meglio un fronte di attacco in costante evoluzione, secondo il Data breach investigation report 2021 di Verizon il settore della Cybercsecurity deve affrontare anche il problema della reperibilità di profili professisonali specializzati.

“I professionisti della sicurezza informatica sono molto richiesti, ma scarseggiano e questa mancanza di risorse influisce sul modo in cui possiamo rispondere e mitigare gli attacchi – spiega Nasrin Rezai, senior vice president e chief information security officer di Verizon”. Il Cybersecurity workforce study (Isc) indica infatti che la carenza di talenti nel settore della sicurezza informatica globale riguarda oltre 4 milioni di persone.
“È dunque arrivato il momento di ricordare l’importanza di implementare norme di sicurezza informatica – sottolinea Rezai – e di risolvere la carenza di talenti che affligge questo settore”.

“Affrontare il problema ricalibrando i requisiti richiesti”

“Un modo per affrontare il problema è allargare e ricalibrare i requisiti quando si tratta di assumere risorse, e implementare programmi di apprendistato e formazione per chi non ha intrapreso un tradizionale percorso di studi in ambito tecnologico – suggerisce Rezai -. Sebbene molti problemi di sicurezza possano essere mitigati dall’intelligenza artificiale e dal machine learning, molte attività possono essere risolte solo dalle persone. I giovani cyber defender, che lavorano al fianco di veterani esperti, possono portare una nuova prospettiva mentre ricevono una preziosa formazione sul lavoro”.

“Dare priorità all’esperienza pratica rispetto ai diplomi”

Dare priorità all’esperienza pratica rispetto ai diplomi “è un altro modo per attrarre candidati validi – sottolinea Rezai -. Curiosità, capacità di risolvere problemi e pensare fuori dagli schemi sono abilità di cui bisogna tenere conto durante l’analisi dei curriculum”.
Ma sono tre, secondo Rezai, “le cose da fare per far crescere il numero dei talenti in questo settore”. Innanzitutto, ripensare la strategia di assunzione: in pochi hanno iniziato un percorso formativo pensando di voler diventare un cybersecurity expert. “Sebbene molte università abbiano cominciato a offrire lauree e certificazioni nell’ambito della sicurezza IT, il settore è ancora relativamente nuovo e il numero delle risorse è ancora limitato – continua Rezai -. Per ampliarlo bisogna utilizzare un linguaggio nuovo”. E tenere in considerazione che anche i candidati con esperienza fuori dal campo tecnologico possono fornire nuove prospettive e idee innovative.

“Occorre fare di più in termini di diversity”

Occorre poi fare di più in termini di diversity. “Il divario di genere in ambito stem inizia molto presto e per questo perdiamo decine di potenziali cyber-defender donne, perché le ragazze non sono incoraggiate a scegliere programmi o attività tecnologiche. Un divario simile esiste anche per le minoranze più svantaggiate”, afferma ancora Rezai.
La terza ‘cosa da fare’ è offrire formazione sul posto di lavoro. Il miglioramento delle competenze e la riqualificazione sono infatti la chiave per colmare il divario di digital skill e di opportunità per i lavoratori che non hanno competenze tecniche o una laurea quadriennale.