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Economia

Telefonia: per Internet e voce gli italiani spendono 303 euro l’anno 

Secondo Facile.it la spesa media per chi oggi opta per una linea voce con connessione Internet ADSL o Fibra è pari a poco più di 303 euro l’anno. E se invece si intende rinunciare a Internet e si sceglie la sola linea voce con chiamate illimitate? In questo caso, secondo Facile.it, il prezzo è pari a 232 euro l’anno. Ma è possibile anche scegliere un unico operatore per la linea fissa e il cellulare.
“Negli ultimi anni è cresciuta l’offerta di promozioni che associano alla linea di casa anche quella mobile – ha spiegato Mario Rasimelli, Mangani Director Utilities di Facile.it -. Scegliendo un unico operatore per fisso e mobile è possibile in alcuni casi ridurre notevolmente l’importo della bolletta, e per la sola telefonia fissa, il costo può addirittura scendere al di sotto dei 200 euro l’anno”.

Telefono fisso: ancora nelle case di oltre 26,5 milioni di italiani 

Molti lo considerano un oggetto di altri tempi, eppure secondo l’indagine commissionata da Facile.it agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat, sono più di 26,5 milioni gli italiani che hanno ancora il telefono fisso in casa. Guardando all’uso che i nostri connazionali fanno del telefono fisso, l’indagine ha scoperto che oggi la sua funzione è almeno parzialmente, cambiata, o addirittura invertita rispetto a quella del telefono cellulare.

Un mezzo di comunicazione riservato a pochi intimi

“Chi continua a tenere in casa il fisso lo fa principalmente per ragioni di sicurezza in caso di emergenza (41%), o come mezzo di comunicazione riservato a pochi intimi (28%) – continua Rasimelli -. Insomma, un tempo i contatti stretti erano gli unici cui davamo il numero di cellulare, oggi sono i soli che possono raggiungerci anche quando il nostro smartphone è spento”.

Sono 17 milioni ad avere rinunciato a filo e cornetta

Analizzando le risposte su base socio-demografica emerge che il telefono fisso è presente in misura maggiore nelle case degli over 65 (78%) mentre, a livello territoriale, i più affezionati sono risultati essere i residenti al Sud e nelle Isole (64%). Cosa invece ha determinato la scelta di quei 17 milioni che hanno rinunciato a filo e cornetta? Nel 59% dei casi hanno scelto di eliminare il fisso per ragioni economiche, nel 45% per sostituirlo col cellulare, e nel 19% dei casi per non essere disturbati a casa dai call center.

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Come risparmiare il gas e far lavorare meno la caldaia?

Soprattutto in un momento come questo in cui i prezzi del gas, così come quelli dell’elettricità, vanno continuamente al rialzo, riuscire a risparmiare sul gas e dunque usare in maniera intelligente la caldaia diventa importante.

Ci sono per questo alcuni accorgimenti che possiamo adottare per riuscire a limitare i consumi di gas. Vediamo di seguito quali.

Chiudere il rubinetto quando laviamo i denti

Chiudere il rubinetto dell’acqua calda quando laviamo i denti è una buona abitudine, sia perché consente di risparmiare del gas che perché consente di non sprecare dell’acqua.

Infatti, nel momento esatto in cui stiamo lavando i denti non abbiamo bisogno dell’acqua e per questo tenere aperto il rubinetto dell’acqua calda è inutile.

Meglio per questo chiuderlo e aprirlo nuovamente soltanto nel momento in cui vogliamo effettuare il risciacquo.

Non accendere i termosifoni se non necessario

Sebbene ci siano dei momenti della giornata in cui è possibile avvertiamo del freddo, non sempre è necessario accendere i termosifoni.

Sicuramente la sera è il momento in cui calano le temperature e avvertiamo maggiormente il bisogno di usufruire del riscaldamento.

D’altro canto, nel resto della giornata non sempre è necessario accendere i termosifoni, anche se avvertiamo un brivido di freddo. Al contrario, in questi casi probabilmente è già sufficiente indossare una felpa o un maglione per non avvertire più la sensazione di freddo e stare bene.

Ciò ci consentirà di stare bene ugualmente senza per questo dover ricorrere all’utilizzo dei termosifoni, il che si traduce in un notevole risparmio considerando le tante ore di utilizzo della caldaia che in realtà non avremo effettuato.

Chiudere le finestre quando i termosifoni sono accesi

Una brutta abitudine di tante persone è quella di dimenticare o tenere appositamente una finestra di casa aperta quando i termosifoni sono accesi. In questo caso creiamo una dispersione di calore in quanto l’aria fredda entrerà facilmente in casa, vanificando il lavoro dei termosifoni.

Dunque per questo motivo saremmo costretti a tenerli accesi molto più tempo prima di riuscire ad ottenere una temperatura accettabile in casa.

È molto meglio invece tenere tutte le finestre chiuse quando i termosifoni sono accesi, così da riscaldare rapidamente l’intero appartamento e avere l’opportunità di spegnerli prima mantenendo una temperatura gradevole in ogni stanza.

È bene in proposito ricordare che installare degli infissi di buona qualità consente di eliminare ogni tipo di dispersione di calore e contribuire notevolmente a migliorare la temperatura interna dell’appartamento.

Fai effettuare la manutenzione ordinaria

Con il passare del tempo gli ugelli della caldaia possono otturarsi, ed in genere diverse parti che la compongono necessitano di essere pulite o sostituite.

Senza un’efficace manutenzione del tuo impianto molto probabilmente andrai incontro ad un calo di efficienza e dunque consumi maggiori.

Grazie ad un controllo periodico effettuato da un professionista invece, sarà possibile andare ad individuare eventuali anomalie o sporcizie da rimuovere, così da evitare sprechi di gas e qualsiasi tipo di dispersione.

La semplice operazione di pulizia della caldaia è in realtà importantissima per migliorare la sua efficienza, così come la durata nel tempo. In questa maniera la tua caldaia lavorerà meglio riducendo i consumi ed offrendo al tempo stesso maggior sicurezza tutti i componenti della famiglia.

Se, nonostante questi accorgimenti non riesci a diminuire i consumi di gas, è possibile che la tua caldaia sia alquanto obsoleta. I modelli più moderni consentono invece di ottenere un discreto risparmio energetico, vantaggio offerto soprattutto dalle famose caldaie a condensazione.

In questo caso è meglio pensare ad effettuare la sostituzione caldaia così da riuscire finalmente ad ottenere il risparmio di gas desiderato.

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Economia

Pace o condizionatore? Gli italiani scelgono di… spegnere 

Oltre agli effetti della pandemia sull’economia italiana e mondiale, anche quelli della guerra in Ucraina hanno iniziato a ricadere pesantemente sugli italiani. Ma all’alternativa posta dal presidente del Consiglio, Mario Draghi, “Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?”, la maggior parte dei nostri connazionali non ha dubbi, e sembra disposta a spegnere il condizionatore. Più in particolare, alla domanda posta da Draghi, il 73% degli italiani che posseggono un condizionatore ha dichiarato infatti di essere disposto a spegnerlo per tutta la durata dell’estate, se questa scelta potrebbe aiutare il Paese a raggiungere l’indipendenza dal gas russo.
Aiutare l’Italia a raggiungere l’indipendenza energetica dalla Russia
Si tratta di uno dei dati emersi dall’indagine commissionata da Facile.it agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat, e realizzata su un campione rappresentativo della popolazione nazionale. Più in generale, l’indagine di Facile.it ha messo in evidenza che qualora il Governo lo richiedesse, il 56% degli intervistati sarebbe disposto a ridurre l’uso personale di energia elettrica e gas in casa propria. Questo, per aiutare l’Italia a raggiungere l’indipendenza energetica dalla Russia.

I più inclini a fare sacrifici sono gli over 65 e i più giovani

I più inclini a fare sacrifici, forse perché hanno già vissuto anni di austerity, sono risultati essere gli over 65, con il 60% di risposte positive, e i 55-64enni, con il 62%. Curiosamente, però, anche i giovani con età compresa tra i 18 e i 24 anni nel 59% dei casi hanno risposto positivamente, forse perché più attenti alle tematiche ambientali. Se quindi, da un lato, più di 21 milioni di cittadini italiani sono disposti a rinunciare al condizionatore, dall’altro 8 milioni hanno affermato di non essere disposti a fare questo genere di sacrificio.

Da quando è iniziato il conflitto in Ucraina si cerca di risparmiare sulle bollette

Ma qual è il motivo per il quale una quota di cittadini non è propensa a fare questo sacrificio? Secondo l’indagine di Facile.it, riporta Adnkronos, il 50% di chi ha dichiarato di essere contrario sostiene che “la scelta di staccarsi dal gas russo non dovrebbe gravare sulle famiglie”, mentre il 46% lo ritiene un sacrificio inutile. Qualcosa di concreto, in realtà, gli italiani sembrano averlo già fatto, tanto che 8 intervistati su 10 hanno dichiarato che da quando è iniziato il conflitto in Ucraina hanno cercato di consumare meno energia elettrica e gas, non fosse altro per risparmiare sulle bollette.
Questa, in particolare, la motivazione per il 67% degli intervistati.

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Economia

Cresce il ricorso al credito, ma migliora la sostenibilità finanziaria

Negli ultimi 6 anni gli italiani con almeno un contratto di finanziamento attivo sono aumentati in maniera graduale e costante, stimolati anche da condizioni di offerta e tassi appetibili, e da misure di politica monetaria e fiscale adottate a livello nazionale ed europeo particolarmente accomodanti per contrastare la crisi economico-finanziaria indotta dalla pandemia. Nonostante l’impatto del Covid-19, la sostenibilità finanziaria delle famiglie in questi anni è migliorata costantemente, come si evince non solo dagli indicatori relativi alla qualità del credito (il tasso di default è progressivamente sceso rispetto all’1,8% del 2016), ma anche dalla diminuzione della rata media rimborsata ogni mese (-12,5% dal 2016) e dall’esposizione residua per estinguere i finanziamenti in corso (-6,5% vs 2016).
Queste alcune evidenze emerse dalla Mappa del Credito, lo studio realizzato da Mister Credit-CRIF.

Nel 2021 +5,4% italiani con mutuo o prestiti

Di fatto, durante il 2021 la platea dei cittadini maggiorenni che risultano avere un mutuo o un prestito in corso è cresciuta del +5,4% rispetto al 2020, arrivando al 44,5% del totale. Questo, nonostante la tradizionale cautela degli italiani nel ricorrere al credito bancario per finanziare consumi o acquisto della casa. Si tratta di un trend di crescita iniziato nel 2016 e consolidato negli ultimi due anni, caratterizzati da condizioni di accesso al credito particolarmente favorevoli anche per finanziamenti di modesto importo.

Il tasso di default si attesta all’1,2%

Se da un lato aumenta il ricorso al credito, al contempo, però, è migliorata la sostenibilità finanziaria delle famiglie italiane, con il rischio di credito che nella rilevazione 2021 ha visto il tasso di default attestarsi all’1,2%, il livello più basso degli ultimi anni. A questo risultato hanno contribuito, oltre alle moratorie e agli strumenti di sostegno attivati per contenere gli impatti negativi della pandemia, anche l’atteggiamento responsabile delle famiglie e i tassi di interesse confermati dalla BCE ai minimi storici.

Rata media rimborsata -2,8%

Alla luce di questo, la rata media rimborsata a livello pro-capite ogni mese è scesa ancora, fino ad arrivare a 315 euro (-2,8% rispetto al 2020), mentre l’importo residuo che resta da rimborsare per estinguere i finanziamenti in corso si è attestato a 32.191 euro, in lieve flessione rispetto al 2020, malgrado il peso ancora rilevante dei mutui ipotecari, che continuano ad avere un’incidenza significativa nel portafoglio delle famiglie italiane.

Alcune incertezze per il futuro
“Nel corso dell’ultimo anno i flussi di credito erogato alle famiglie sono cresciuti in modo significativo per riportarsi sui livelli non troppo distanti da quelli pre-Covid – commenta Beatrice Rubini, Direttore della linea Mister Credit di CRIF -. Nel complesso la sostenibilità degli impegni finanziari da parte delle famiglie si è confermata elevata, ma per il prossimo futuro bisognerà valutare gli impatti derivanti dall’evoluzione della pandemia, dall’incertezza causata dal conflitto in Ucraina nonché dalla crescita dei costi dell’energia e delle materie prime oltre che dei tassi di interesse”.

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Economia

Export Lombardia: il 2021 chiude a 135,9 miliardi

L’export delle imprese lombarde chiude il 2021 con la cifra record di 135,9 miliardi di euro, e supera il massimo storico del 2019, quando l’export regionale toccò i 127,5 miliardi di euro.
Unioncamere Lombardia ha pubblicato il Rapporto sul commercio estero della Lombardia nel quarto trimestre e il consuntivo 2021. E a quanto emerge dal rapporto il dato tendenziale è positivo in tutte le provincie lombarde e per tutti settori. Anche nel quarto trimestre l’attività delle imprese manifatturiere lombarde si è mantenuta su buoni livelli, nonostante i problemi riscontrati sul lato delle forniture e dei prezzi di materie prime ed energia. Una domanda estera ancora vivace, quindi, che nonostante i primi segnali di rallentamento ha consentito all’export lombardo di crescere del +10,2% rispetto al trimestre precedente. Secondo Unioncamere Lombardia, occorre però considerare come i consistenti incrementi in valore siano legati alla dinamica dei prezzi, caratterizzata da sensibili aumenti nel corso di tutto il 2021.

Si conferma l’effetto prezzi sull’incremento dei dati in valore

L’analisi dell’andamento delle quantità scambiate conferma l’effetto prezzi sull’incremento dei dati in valore. L’export per le quantità, con una crescita congiunturale del 3%, non tocca infatti i massimi e rimane dell’1,7% sotto i livelli 2019. Il comparto legato ai metalli e alle loro produzioni si conferma forte motore della ripresa (+34,3% rispetto al 2020) con effetti positivi sulla performance della maggior parte delle provincie. Rispetto al 2019 risultano in forte crescita anche prodotti alimentari (+13,8%), sostanze e prodotti chimici (+12,7%) e computer e apparecchi elettronici (+12,2%). Positivi anche gomma e materie plastiche (+9,1%), e mezzi di trasporto (+2,0%).
In linea con il risultato pre-crisi, articoli farmaceutici (+0,7%) e tessili, pelli-calzature e accessori (+0,4%). Non riescono, invece, a recuperare sul 2019 macchinari e apparecchi (-1,4%).

Incrementi a due cifre rispetto al 2019 per molti paesi di destinazione

Secondo il Rapporto l’incremento rispetto al livello pre-crisi del valore esportato verso tutte le destinazioni è del +7,5%. I flussi verso molti dei principali paesi di destinazione delle merci lombarde registrano incrementi a due cifre rispetto al 2019 per Turchia, +23,5%, Cina, +23,4%, Brasile, +20,1%, Regno Unito, +18,2%, Israele, +14,4%, Germania, +10,1%.  A questi si contrappongono le perdite verso l’Algeria (-30,2%) e Hong Kong (-13,2%). Negativo anche il risultato verso la Russia (-3,8%) nonostante un 2021 in recupero rispetto al 2020 (+14,0%).
La Russia si pone al quattordicesimo posto tra le destinazioni, con una quota dell’1,6%. Nel 2021 la Lombardia ha esportato beni per poco meno di 2,2 miliardi di euro verso la Russia e ne ha importati 1,6 miliardi, con un saldo positivo di 572,4 milioni.

Quasi tutte le province superano i livelli pre-crisi

Quasi tutte le province superano i livelli 2019, grazie principalmente all’export di metalli base e prodotti in metallo (Brescia, Cremona, Lecco, Mantova, Sondrio), sostanze e prodotti chimici (Bergamo), articoli farmaceutici (Monza e Brianza e Varese), computer e apparecchi elettronici (Lodi), prodotti tessili e abbigliamento (Milano). Solo due province lombarde, pur crescendo rispetto all’anno scorso, scontano ancora un gap rispetto al 2019: Pavia (-8,4%) per la quale pesa il -80% dell’export di prodotti tessili, abbigliamento, pelli-calzature e accessori rispetto al 2019, e Como (-0,5%), con una riduzione del 19% nella stessa categoria di prodotti.

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Economia

Lavoro e pandemia, dominano insicurezza e incertezza

Nei mesi tra prima e seconda ondata del coronavirus il rapporto curato da Lavoro&Welfare e lo Studio Labores sull’occupazione ha rilevato un livello di incertezza sul futuro e insicurezza sociale connessa al lavoro molto elevata. Solo meno del 20% degli intervistati si dichiarava del tutto sicuro e al riparo dai rischi connessi al lavoro. Non è una novità: almeno a partire dalla ‘grande recessione’ del 2008 l’Italia è attraversata da un’ansia e un’insoddisfazione sociali molto ampie e destinate a non essere scalfite nel tempo.
“La pandemia – commenta Mimmo Carrieri, docente di Sociologia economica e Sociologia delle relazioni di lavoro all’Università La Sapienza – ha comportato un rimescolio profondo nel senso del lavoro e nel vissuto dei lavoratori, ancora non concluso e che attende di essere tradotto in indirizzi nuovi nelle politiche pubbliche e nei comportamenti degli attori sociali”.

Il costo della crisi

Il sentimento collettivo d’insicurezza resta dunque molto radicato, ed è connesso non solo alla precarietà lavorativa, ma rende conto di un’estesa vulnerabilità sociale che attraversa una parte rilevante dei lavoratori.
“Se a inizio 2021 potevamo misurare il costo della crisi dovuta al coronavirus in quasi un milione di occupati, a fine anno verifichiamo che tale costo si è attestato attorno alle 300.000 unità”, continua Carrieri.
Secondo i dati del rapporto, l’Italia, sia nel secondo sia nel terzo trimestre 2021, ha evidenziato però una dinamica migliore della media della zona Euro, rispettivamente + 1,4% e +1,2% contro +1,2% e +1,0%, e dei Paesi assunti a confronto, Germania, Polonia, Francia, Spagna.

Il rientro dalla Cassa integrazione

“Quanto ai dipendenti permanenti, i dati mostrano che nel secondo semestre 2021 si sono assestati praticamente sullo stesso livello del 2019, ma non si tratta tanto di un recupero trainato dalla creazione di nuovi posti di lavoro quanto della riattivazione, in buona parte, di posti pre-esistenti grazie al rientro di molti lavoratori dalla Cassa integrazione”, aggiunge Carrieri.

Anche per i dipendenti a termine il recupero ha permesso di ritornare a partire da settembre 2021 sui valori del 2019. Non si tratta quindi di una nuova crescita della precarietà, ma del recupero di un livello analogo a quello raggiunto in precedenza a ridosso della pandemia, riferisce Italpress.

Lavoro a tempo determinato vittima del blocco dei licenziamenti

Per quanto riguarda i lavoratori indipendenti, il trend di contrazione è stato congiunturalmente accelerato dalla pandemia in coincidenza del periodo del primo lockdown. Poi è proseguito, “pur con un’intensità via via più modesta, senza finora mettere in evidenza alcun segnale di recupero delle posizioni pre-pandemiche”, sottolinea Carrieri.
Secondo Cesare Damiano, già ministro del Lavoro e presidente di Lavoro&Welfare, “il lavoro a tempo determinato è stato vittima del blocco dei licenziamenti che ha riguardato esclusivamente il lavoro stabile. Una diminuzione prevedibile alla quale è seguito, nei mesi recenti, una ripresa che lo colloca al livello del 17% del totale dell’occupazione dipendente”.

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Online

Italiani e Internet, tutti on line via mobile

Gli italiani sono (quasi) tutti on line. A dichiararlo è Audiweb, che ha appena diffuso i dati relativi dati alla total digital audience del mese di dicembre 2021. In estrema sintesi, dalle rilevazioni si scopre che nell’anno passato la total digital audience ha raggiunto il 74,5% della popolazione dai 2 anni in su nel mese medio (+2,2% rispetto alla media del 2020), pari a una media di 44,3 milioni di utenti unici collegati dai device rilevati. La fruizione da Mobile (Smartphone e/o Tablet) ha raggiunto un livello di concentrazione dell’89,8% della popolazione di 18-74 anni, con 39,1 milioni di individui che si sono collegati mensilmente in media nel 2021 da questi device.  
Rispetto al 2020 la fruizione di internet nel giorno medio ha registrato un incremento dell’8,2%, con un uso nel quotidiano ancora in crescita tramite Mobile che raggiunge il 77,5% della popolazione tra i 18 e i 74 anni (+12,8%) e di quasi il 90% nel mese medio.

Dove si naviga di più 

Il documento presenta anche le prime cinque categorie di siti e applicazioni più visitati in media mensilmente nel 2021.  Sono le categorie che raggruppano i motori di ricerca (Search) con 41,5 milioni utenti unici mensili, i servizi e strumenti online (Internet Tools / Web Services) con 39,6 milioni di utenti unici in media, le piattaforme e siti di video e cinema (Video / Movies) con 38,8 milioni di utenti unici, i portali generalisti (General Interest Portals & Communities) con 38,6 milioni di utenti, i Social Network (Member Communities) con 38,5 milioni di utenti, le testate di informazione online (Current Events & Global News) con 38,1 milioni di utenti.  Presentano elevati valori di audience media mensile anche le categorie che raggruppano i siti e le piattaforme di e-commerce di largo consumo (Mass Merchandiser) con 32,2 milioni di utenti unici in media nel 2021, i siti governativi (Government) con 30,1 milioni di utenti e i siti dedicati alla salute e al benessere (Health, Fitness & Nutrition) con 29,9 milioni di utenti.

I numeri di dicembre

Riferito a dicembre 2021, a total digital audience del mese è rappresentata da 44,6 milioni di persone, il 75,6% della popolazione dai due anni in su. Il 90,3% della popolazione maggiorenne ha navigato da Mobile per 55 ore e 35 minuti in media. Sono stati 36,4 milioni gli individui che hanno navigato almeno una volta nel giorno medio, online per 2 ore 18 minuti in media per persona. La fruizione di internet da Mobile nel giorno medio ha riguardato il 76,7% della popolazione tra i 18 e i 74 anni (33,1 milioni), online in media per 2 ore e 7 minuti per persona.

Più uomini che donne

Per quanto riguarda la distribuzione per genere, nel giorno medio a dicembre erano online il 63,4% degli uomini e il 59,7% delle donne e, per quanto riguarda i vari segmenti della popolazione che hanno navigato almeno una volta nel giorno medio dai device rilevati (Computer e Mobile) ritroviamo l’82,1% dei 18.24enni, l’83,9% dei 25-34enni, l’86,9% dei 35-44enni, l’85% dei 45-54enni e il 79,3% dei 55-64enni, mentre gli over 64enni si mantengono su una quota pari al 39,2%.

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Economia

Cresce l’attenzione alla Corporate Social Responsibility

Cos’è la Corporate Social Responsibility? È l’attenzione che le aziende dedicano alla condotta etica e al loro impatto sociale. In Italia sono il 48% le persone che dichiarano di esserne a conoscenza, contro il 40% di chi non ne conosce il significato. I dati italiani sono in linea con il risultato a livello globale, che cresce all’aumentare dell’età al livello di istruzione. Si tratta di un’evidenza della survey sulla Corporate Social Responsibility di WIN International, di cui fa parte BVA Doxa, che conferma come i risultati italiani siano in linea anche con la media Europea (48%). A guidare il ranking dei paesi Europei c’è la Slovenia, che con il 74% di ‘conoscitori’ è anche al primo posto del ranking globale. Mentre in paesi come Francia (43%), Germania (31%) e Regno Unito (40%) una quota minore di intervistati si dichiara vicino al concetto della CSR.

Adottare e promuovere la CSR

In Italia, il 25% degli intervistati afferma che la maggior parte delle aziende non ponga la giusta attenzione alla CRS, un dato di nuovo in linea con la media mondiale (25%).
C’è anche una quota della popolazione che ritiene che le aziende si occupino di CSR solo ‘per apparenza’, ma che in realtà non siano sufficientemente impegnate nel promuoverla. In questo caso, la differenza tra Italia e resto del mondo è più significativa: il 50% degli italiani ne è convinto contro il 39% della media mondiale.
Il dato italiano però è ancora una volta in linea con il resto dell’Europa (48%). Solo il 9% degli italiani ritiene che le aziende stiano efficacemente adottando la CSR, diversamente da quanto pensano i cittadini in APAC, tra i più ottimisti del campione (media della regione 31%).

Conoscere le azioni di aziende e brand 

Il 70% della popolazione mondiale ritiene sia importante essere a conoscenza dei comportamenti socialmente responsabili delle aziende e dei brand di cui si è clienti. In Italia non solo il dato è significativamente più alto (88%), ma il risultato porta l’Italia al terzo posto nel ranking mondiale dei paesi che ritengono sia importante conoscere le azioni che aziende e brand intraprendono a favore della sostenibilità. Non si tratta però solamente di essere consapevoli del significato e dell’importanza della CSR, ma dalla rilevazione emerge anche come sia in grado di influenzare le decisioni di acquisto della popolazione mondiale.

L’influenza sulle decisioni d’acquisto

Il 62% della popolazione afferma infatti che i comportamenti socialmente responsabili di aziende e brand influenzano le loro decisioni di acquisto, e in Italia sono il 67%. Aumenta quindi l’interesse per i comportamenti etici e la funzione sociale delle aziende. A livello mondiale, se da un lato i risultati mostrano una equa distribuzione tra regioni e gender, una relazione indiretta appare guardando all’età: le persone più anziane tendono a essere meno influenzate dalla CSR e dai comportamenti etici delle aziende nelle decisioni d’acquisto.

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Economia

Cybersecurity, un settore alla ricerca di professionisti

Se i criminali informatici continuano ad adattarsi per sfruttare al meglio un fronte di attacco in costante evoluzione, secondo il Data breach investigation report 2021 di Verizon il settore della Cybercsecurity deve affrontare anche il problema della reperibilità di profili professisonali specializzati.

“I professionisti della sicurezza informatica sono molto richiesti, ma scarseggiano e questa mancanza di risorse influisce sul modo in cui possiamo rispondere e mitigare gli attacchi – spiega Nasrin Rezai, senior vice president e chief information security officer di Verizon”. Il Cybersecurity workforce study (Isc) indica infatti che la carenza di talenti nel settore della sicurezza informatica globale riguarda oltre 4 milioni di persone.
“È dunque arrivato il momento di ricordare l’importanza di implementare norme di sicurezza informatica – sottolinea Rezai – e di risolvere la carenza di talenti che affligge questo settore”.

“Affrontare il problema ricalibrando i requisiti richiesti”

“Un modo per affrontare il problema è allargare e ricalibrare i requisiti quando si tratta di assumere risorse, e implementare programmi di apprendistato e formazione per chi non ha intrapreso un tradizionale percorso di studi in ambito tecnologico – suggerisce Rezai -. Sebbene molti problemi di sicurezza possano essere mitigati dall’intelligenza artificiale e dal machine learning, molte attività possono essere risolte solo dalle persone. I giovani cyber defender, che lavorano al fianco di veterani esperti, possono portare una nuova prospettiva mentre ricevono una preziosa formazione sul lavoro”.

“Dare priorità all’esperienza pratica rispetto ai diplomi”

Dare priorità all’esperienza pratica rispetto ai diplomi “è un altro modo per attrarre candidati validi – sottolinea Rezai -. Curiosità, capacità di risolvere problemi e pensare fuori dagli schemi sono abilità di cui bisogna tenere conto durante l’analisi dei curriculum”.
Ma sono tre, secondo Rezai, “le cose da fare per far crescere il numero dei talenti in questo settore”. Innanzitutto, ripensare la strategia di assunzione: in pochi hanno iniziato un percorso formativo pensando di voler diventare un cybersecurity expert. “Sebbene molte università abbiano cominciato a offrire lauree e certificazioni nell’ambito della sicurezza IT, il settore è ancora relativamente nuovo e il numero delle risorse è ancora limitato – continua Rezai -. Per ampliarlo bisogna utilizzare un linguaggio nuovo”. E tenere in considerazione che anche i candidati con esperienza fuori dal campo tecnologico possono fornire nuove prospettive e idee innovative.

“Occorre fare di più in termini di diversity”

Occorre poi fare di più in termini di diversity. “Il divario di genere in ambito stem inizia molto presto e per questo perdiamo decine di potenziali cyber-defender donne, perché le ragazze non sono incoraggiate a scegliere programmi o attività tecnologiche. Un divario simile esiste anche per le minoranze più svantaggiate”, afferma ancora Rezai.
La terza ‘cosa da fare’ è offrire formazione sul posto di lavoro. Il miglioramento delle competenze e la riqualificazione sono infatti la chiave per colmare il divario di digital skill e di opportunità per i lavoratori che non hanno competenze tecniche o una laurea quadriennale.

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Quanto costa aprire un salone da parrucchiere?

Quella di aprire un salone da parrucchiere è certamente una bellissima idea. Riuscire a capire quanto costa avviare un’attività di questo tipo è sicuramente la domanda che si pone più spesso chi sta pensando di aprire un nuovo salone.

Vediamo allora di analizzare costi per capire quanto costa aprire un salone da parrucchiere.

La sede

Quella della sede è la prima delle spese da considerare. Se decidere di acquistare i locali considera che, in base alla città in cui l’attività ha sede ed in base al quartiere, può costare dai 150000€ ai €40000 al variare di tali parametri.

Chiaramente ti sarà necessario accendere un mutuo con la tua banca in questo caso. Il vantaggio però è che, essendo proprietario dei locali, potrai apportare tutte le modifiche e personalizzazioni che vuoi, inclusi eventuali interventi di ristrutturazione.

Se deciderai invece di affittare la sede, oltre ai parametri di cui sopra bisogna anche considerare le dimensioni del locale. Considera che per un locale di circa 80 m2 /100 m2 potresti pagare un affitto medio che oscilla tra le 800€ e le €1000 mensili. A questi chiaramente vanno aggiunti i costi relativi alle utenze.

Gli arredi e le attrezzature

Chiaramente avrai bisogno di un po’ tutto quello che è il classico arredo per un salone da parrucchiere, incluse attrezzature professionali di vario tipo. Dalle poltrone da parrucchiere ai mobili con specchio ad esempio, passando per espositori, altri mobili, divano per la zona d’attesa e altri prodotti che puoi trovare presso le aziende che si occupano di forniture per parrucchieri. Per un salone medio potresti considerare un importo che oscilla tra le 6000€ le 7000€ per quanto elencato.

La pubblicità

Aprire un nuovo salone per parrucchiere potrebbe servire a poco nel caso in cui i potenziali clienti non vengano a saperlo. Per questo motivo è necessario avviare una adeguata campagna pubblicitaria a livello locale per consentire a tutti di venirne a conoscenza.

Considera dunque di far passare alcuni annunci pubblicitari alle radio locali ed un po’ di cartellonistica nel quartiere. Faresti bene anche ad avviare alcune inserzioni sponsorizzate su Facebook. Considera che è una pubblicità di questo tipo che va avanti per almeno 3 mesi può costarti dalle 5000€ alle 6000€.

Gli impianti

Sia che si tratti di un nuovo locale, che di una attività esistente che è stata rilevata, avrai necessariamente necessità di sistemare gli impianti elettrici ed idraulici. Soprattutto l’impianto elettrico va necessariamente messo a norma per garantire il massimo della sicurezza ai tuoi dipendenti e clienti. In totale per questi due lavori puoi considerare un importo che va dalle 1000€ alle 3000€ in base alla tipologia di lavoro necessaria.

Assicurazione

La legge prevede obbligatoriamente che sia necessario sottoscrivere una assicurazione del locale, che vada tutelare clienti dipendenti durante la loro permanenza in sede. Questa assicurazione costa mediamente 600€ ogni anno.

Utenze

Tra i costi da considerare ci sono chiaramente le utenze e tu acqua, luce e telefono. Valuta se sia il caso di sottoscrivere una tariffa flat, per la quale vai a pagare un importo fisso a prescindere dai consumi, o se è meglio pagare effettivamente per quanto si consuma. Una attività commerciale per queste tre utenze in totale paga circa 300€ al mese.

I dipendenti

Se deciderai di assumere dei dipendenti, devi considerare anche i costi relativi al loro stipendio. Considera mediamente che il contratto di una persona che lavora 8 ore e guadagna €1200 al mese a te costa altre €1200 di tasse circa, parliamo quindi di €2400 al mese da mettere in preventivo.

Tenendo in considerazione questi dati, potrai avere un quadro preciso di quelle che sono le spese da affrontare se deciderai di aprire un salone da parrucchiere.